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L'era post classica dello yoga
L'era post classica dello yoga
Lo Yoga Sutra di Patanjali definì la pratica yoga agli inizi del
primo millennio e il suo cammino a otto fasi divenne un aspetto
centrale dei sistemi yoga che seguirono. In ogni caso, lo Yoga Sutra
era profondamente radicato nel dualismo della filosofia Samkhya, una
scuola di pensiero che esistette assieme alle tradizioni non
dualistiche Veda e Gita senza tuttavia soppiantarle. È impossibile
stabilire la data precisa del declino dello yoga classico, come affermò
Patanjali, e del successivo inizio dell'era postclassica. Infatti, i
confini che separano le varie scuole del pensiero yoga non sono affatto
ben definiti. Alcuni concetti e principi di Patanjali e delle prime
Upanishad sono rimasti invariati o hanno subito solo minimi cambiamenti
nel corso dell'era postclassica. Le scuole che, come tantra o hatha
yoga, presentavano delle eccezioni o si discostavano radicalmente da
molti di questi antichi principi, svilupparono la pratica dello yoga in
altri modi, spesso radicali. L'unica cosa che filosofi della tradizione
e filosofi postclassici ebbero in comune fu il rifiuto della visione
dualistica del mondo di Patanjali. Questo segnò la fine di un'era e
l'inizio di una nuova.
Capire i concetti di dualismo (dvaita) e di non dualismo (advaita) non
è semplice. Entrambe le correnti di pensiero credevano in una
consapevolezza universale informe, onnipresente ed immortale. I
cristiani giudei la chiamavano anima. Patanjali la definiva purusha, e
la tradizione non dualista dell'Advaita Vedanta la chiamava Atman o Sé.
Sebbene questo Atman risiedesse in ogni individuo, (purusha può essere
informe, ma viene sempre considerato un maschio) non poteva essere
compreso dai sensi, non poteva essere percepito dalla vista, né
dall'udito, né dall'olfatto, dal tatto o dal gusto. Entrambe le
correnti sapevano che gli esseri umani soffrivano se disconnessi da
questo Sé superiore, e credevano che potessero raggiungere la
liberazione solo realizzando il loro vero Sé
trascendentale.
Secondo la corrente dualista dello yoga preclassico e classico, tale
sofferenza si realizzava quando l'individuo si aggrappava e si
sottometteva a qualsiasi cosa che non fosse il Sé. In altre parole,
quando riteneva che ogni cosa che facesse, tutte le sue relazioni,
azioni, i suoi sentimenti, pensieri o stimoli costituissero il suo vero
Sé. La liberazione dalla sofferenza era raggiungibile unicamente
attraverso il distaccamento da tutte queste cose e la presa di
coscienza, non da parte dell'intelletto, bensì del cuore, del fatto che
il Sé trascendentale fosse immanente nonché l'unica e vera realtà. Per
lo yoga non dualista dell'era pre e postclassica, invece, la sofferenza
aveva inizio quando l'individuo cercava di distinguere il Sé dal non
Sé, quando non capiva che era una piccola parte di un qualcosa di molto
più grande di lui, quando dimenticava che ogni cosa che faceva, ogni
cosa che percepiva, era semplicemente una manifestazione dell'Atman
trascendentale o purusha. L'individuo poteva allora affrancarsi dalla
sofferenza solo capendo che il suo Sé non era separato, bensì parte
integrante del Sé trascendentale o Atman. Oggi, potrebbe essere facile
capire la differenza fra queste filosofie parafrasando Shakespeare. Per
i dualisti, "tutto il mondo è un palcoscenico", e prakriti (natura,
sostanza primordiale) mette in scena una commedia per purusha
(consapevolezza universale, Sé trascendentale). L'intreccio è tutta una
finta, le parti interpretate dagli attori e i loro ruoli non
corrispondono alle loro vere vite. Certo, confondere l'azione sul
palcoscenico con la realtà sarebbe quanto meno fuorviante. Sapere che
l'attore che interpreta Amleto in realtà non è Amleto fa una gran bella
differenza.
Il palcoscenico del mondo, secondo la filosofia non dualista, era
diverso. La commedia, anche se diversa dalla realtà, non era separata
da essa. La commedia non poteva esistere senza attori, che erano
persone reali, ma il ruolo che interpretavano era solo un aspetto di
essi. Gli attori erano persone reali, i ruoli che interpretavano, il
copione, la musica facevano parte della vita vera. Percepire la
commedia come una realtà a parte, separata da tutto il resto, portava a
fare un'enorme confusione.
Secondo la visione non dualistica della realtà, era più facile vedere
il Divino in ciò che era terrestre. Il Divino era infatti ovunque e in
ogni cosa. Se Atman o purusha era invece separato, come poteva la sua
luminosa natura essere scorta nella vita di tutti i giorni? Patanjali
non rispose mai veramente a questa domanda, ma gli studiosi più recenti
hanno spiegato nelle loro critiche che praticando lo yoga (il cammino
dalle otto fasi), lo yogi raggiungeva il più elevato grado
dell'esistenza. A questo punto prakriti diventava talmente trasparente
ed illuminante (sattvic) da lasciar trasparire purusha, il Sé
trascendentale, che quindi si rivelava. Il cammino verso la vera
liberazione consisteva nel vedere (e non solo credere) che l'universo
era uno. Questa combinazione di jnana yoga (yoga della saggezza e della
conoscenza) e di karma yoga (yoga dell'agire) rimandava alle idee
esposte nel Bhagavad Gita.
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