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Il Bhagavad Gita

Il più famoso ed apprezzato di tutti i testi yoga, il Bhagavad Gita ("Il Canto del Signore") trae le sue origini dalla letteratura mistica e rivelatoria delle Upanishad. Nessuno sa per certo a quando risale precisamente questa opera, ma è probabile che risalga al III secolo a.C. Ciò che è certo è che fornisce la descrizione dello yoga più completa dell'epoca. Successivamente inserito nel canone del Mahabharata, il famoso poema epico indiano, il Gita unì gli insegnamenti morali alla dottrina mistica come Krishna insegnò al suo discepolo Arjuna le vie del mondo. Mentre la Maitrayaniya Upanishad sottolineava le sei fasi che conducevano alla liberazione, il Gita sosteneva invece un approccio trifasico: karma yoga, la via del servizio, jnana yoga, la via della saggezza o conoscenza e bhakti yoga, la via della devozione.

Nel Bhagavad Gita, jnana yoga significava meditazione, o via della saggezza, molto più di quanto non lo fosse nelle Upanishad. Attraverso questo tipo di yoga, si cercava di discernere tra ciò che era reale e ciò che non lo era col fine di tentare di separare l'Io dal non Io. Il karma yoga del Gita era ancora la via dell'azione dello  yogi,  ciò che Krishna chimava sva-dharma di Arjuna. Il Buddhi yoga, la miscela di principi yoga karma (azione) e jnana (conoscenza) del Bhagavad Gita, insegnava che lo yogi non deve mai farsi condizionare dalle conseguenze delle sue azioni. Ciò che contava non era che vincesse o perdesse una battaglia, ma che adempisse semplicemente al suo dovere (il suo sva-dharma) per poi offrire i frutti delle sue azioni a Krishna, il suo Signore. In questo modo, lo sva-dharma di Arjuna divenne una forma di sacrificio interiore. 

Il Gita dedicò molti dei suoi ultimi capitoli al bhakti yoga, la via della devozione, in particolare devozione allo stesso  Krishna. Mentre uno yogi poteva raggiungere la liberazione attraverso ciò che il Gita definiva "azione disinteressata", egli poté raggiungere uno stato di consapevolezza ancora più elevato adorando Krishna.

Il Bhagavad Gita insegnava anche che i guna venivano dalla natura, ma riteneva che la loro esistenza legasse gli esseri umani ad un corpo particolare. Il sattva, per esempio, indicava bontà e pura essenza. Il Bhagavad Gita prevedeva che una natura sattvica fosse illuminante ed "immacolata". Lo svantaggio di possedere tale natura era che lo yogi poteva affezionarsi molto facilmente alle piacevoli sensazioni che produceva. Una natura rajasica invece, significava, per il Gita, essere legati all'azione. L'energia del rajas è dinamica, appassionata. Le ultime Upanishad associarono al rajas il significato di cupidigia, lussuria, desiderio, possessività, passione ed attaccamento ai beni materiali. Il tamas venne identificato come un ostacolo che legava lo yogi ad una vita contrassegnata dall'ignavia, dalla noncuranza e dall'avvilimento. Secondo il Gita quindi, solo il duro lavoro (karma yoga) e la profonda meditazione (jnana yoga) potevano liberare l'uomo dalle sue sofferenze e condurlo alla liberazione.

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