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YOGA ANTISTRESS
YOGA GRAVIDANZA
saggezza
miti/riti
Una scelta consapevole
di Marilia Albanese, foto di Emilio Garavoglia
La solitudine è una delle cause che hanno indotto l’Essere Primo a manifestare l’Universo, come si legge in alcune “Upanishad” (le fonti della speculazione indiana composte fra l’VIII e il VI secolo a.C.). Il bisogno di affermare la propria identità e il desiderio di instaurare un rapporto presuppongono un “altro da sé”, ma questo sdoppiamento causa la perdita dell’unità e della pienezza primordiale. Ecco allora la tensione continua verso questo “altro”, per ripristinare, unendosi a esso, la condizione paradisiaca del due che ritorna Uno.
Ritiro volontario
Al di là delle complesse concezioni metafisiche sull’origine del mondo e della vita, nella quotidianità la solitudine in India è da sempre la condizione fondamentale per mettersi alla prova e scandagliare la propria dimensione interiore. Chi decideva di intraprendere questo arduo percorso, abbandonava il contesto sociale a cui apparteneva per ritirarsi in una foresta o sulle pendici di un monte. Qui, nell’isolamento e nel silenzio, si dedicava al tapas (“calore”), un insieme di pratiche psico-fisiche che differivano a seconda della disciplina, della corrente e del maestro seguiti. Accanto a scelte di vita ardue e definitive, si poteva optare per periodi più o meno lunghi in un ashrama, un eremo, ove più persone vivevano sotto la guida di un guru, un maestro spirituale. Tale soluzione è ancora oggi in India ampiamente praticata, assomigliando in un certo senso ai ritiri spirituali dell’Occidente. Qui, tuttavia, il “solitario” è considerato con sospetto e diffidenza, mentre in India il sannyasin, il “rinunciante”, sciolto da qualsiasi legame e impegno, pago della propria solitudine e anzi arricchito da essa, è l’emblema dello spirito libero e realizzato.
La solitudine subita
Non è facile, comunque, cogliere la positività dell’essere soli, quando tale stato non è conseguente a libera scelta, ma effetto di eventi dolorosi quali l’abbandono sentimentale, la morte di una persona cara, il disadattamento, l’emarginazione. Struggimento, senso di colpa, rabbia, umiliazione, quanti sentimenti ed emozioni negative scatena la solitudine subìta! Ci si sente dei falliti e la disistima alimenta la depressione che rende sempre più chiusi, diffidenti, isolati e vulnerabili ad altri problemi. Eppure si può uscire da questo gorgo oscuro adeguando diverse strategie (coltivare hobby, cercare occasioni di socializzazione, darsi al volontariato, etc.) ai differenti tipi di solitudine. Ma, soprattutto, si può imparare a stare soli senza sentirsi soli: gli altri non vanno ricercati a costo di perdere se stessi, non devono diventare mezzi per acquisire identità o per dimostrare il proprio valore. Questo “stadio zero” dei rapporti interpersonali aiuta a capire quali sono le aspettative che abbiamo nei confronti di noi stessi e degli altri.
Potere taumaturgico
L’isolamento mette alla prova, potenzia le facoltà cognitive e induce a fare il punto su di sé, offrendo un’opportunità per consolidarsi. E questo dà sicurezza e serenità nel ritornare alle relazioni. Il potere taumaturgico dell’isolamento dell’anima e del riposo contemplativo era noto anche all’Occidente, che lo chiamava quies o hesychia. Gli Esicasti erano monaci contemplativi che, nei primi secoli dell’era cristiana, utilizzavano posture, tecniche respiratorie e giaculatorie molto simili alle pratiche yogiche. Lo Yoga Darshana, la dottrina classica, pone il raccoglimento come quinto anga (stadio del cammino spirituale): il pratyahara, il ritorno a sé, l’introversione in cui si spengono gli echi del mondo esteriore, si decantano le sensazioni e le emozioni, il pensiero riposa nel silenzio. Il pratyahara, la soglia del Raja Yoga (“yoga regale”), affina e purifica sempre di più il raccoglimento, trasformandolo in concentrazione, meditazione, contemplazione. E i confini tra se stessi, gli altri e l’Universo si dissolvono al fine nell’unione universale, samadhi.
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