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Garuda, sulle ali del coraggio

di Marilia Albanese

 


Il volo degli uccelli che dalla terra si innalzano verso il cielo apparve, già nelle epoche più remote, come il presagio della possibilità d’ascesi racchiusa nell’uomo. Nella tradizione indiana, molto spesso l’atman (l’anima) viene rappresentata dall’hamsa, la bellissima oca himalayana che sembra un cigno e che allude, con le sue migrazioni, al peregrinare dell’anima all’interno del samsara, il doloroso ciclo dell’esistenza, che la vede imprigionata sotto diverse spoglie. Simbolo dell’affrancamento dalla materia, un altro uccello detto suparna (dalle belle piume) raffigura l’essenza spirituale che vola in grembo al Divino. Tra le categorie di esseri mitici in parte volatili, vi sono i Kinnara, i musicisti celesti che hanno il busto umano e le zampe di uccello. Nessuna delle divinità indiane, comunque, viene mai raffigurata con le ali, poiché i signori del cielo volano senza bisogno di alcun supporto, in sella alle loro cavalcature: il toro per Shiva, il leone o la tigre per la Dea, l’hamsa per Brahma e il topolino per Ganesha, tanto per citarne alcune.

Legami divini

Vishnu, il signore della provvidenza che insieme a Brahma, (il dio delle origini) e a Shiva (il dissolutore dell’universo) costituisce la Trimurti o “Triplice Forma” che il  Divino assume nei suoi rapporti con l’universo, cavalca Garuda. Questi ha becco e artigli di rapace (per lo più avvoltoio o aquila), corpo di uomo e grandi ali. Il colore del suo volto è il bianco, mentre le piume sono rosse e il corpo, dai riflessi dell’oro fuso, risplende come fuoco. Una delle fonti più significative su di lui è il “Garuda Purana”, di dichiarata tendenza vaishnava, ovvero di celebrazione di Vishnu. Opera enciclopedica che spazia dall’astrologia alla politica, dalla grammatica alla gemmologia, include interessanti sezioni sullo yoga e una parte preponderante dedicata ai defunti, con toccanti riflessioni sulla morte e sulla liberazione ad opera del dio Vishnu. Il legame tra Garuda e Vishnu è ribadito anche dalla comune origine solare. Lo dice lo stesso dio: «Garuda, aureo uccello del sole, acerrimo nemico dei serpenti, mio veicolo nelle distese dello spazio». Il fratellastro di Garuda, Aruna, conduce il carro del sole.

Nemico dei serpenti

Figlio di Vinata, madre dei volatili e moglie del grande asceta Kasyapa, Garuda, in quanto uccello e quindi abitante del cielo, è nemico dei serpenti, che appartengono alla terra (anche nella mitologia greca Zeus ha l’aquila, mentre la moglie Era governa i serpenti) e tra i vari nomi che gli vengono attribuiti ci sono quelli di Sarparati e Nagantaka, ovvero “uccisore di serpenti”. La credenza popolare vuole che Garuda sia in grado di guarire chi è stato morso dai rettili ed è associato allo smeraldo, antidoto contro il veleno. Ancora oggi a Puri, in Orissa, si abbracciano le colonne con i Garuda per invocare protezione contro i serpenti. La sua inimicizia con cobra e affini è dovuta anche al fatto che la madre, Vinata, era stata resa schiava da Kadru, seconda moglie di Kasyapa e madre dei serpenti. Garuda, per riscattare Vinata, sottrasse al cielo l’amrita, il nettare dell’immortalità, uccidendo i due cobra guardiani della mitica bevanda e dandola poi a Kadru. L’odio per i serpenti lo ereditarono anche i sei figli che Garuda ebbe dalla sposa Unnati e che divennero i capostipiti degli uccelli mangiatori di serpenti.

L’unione degli opposti

Eppure Vishnu, che pur cavalca Garuda, quando riposa sulle acque cosmiche si adagia sul serpente infinito, Annata, re dei cobra: l’uccello e il rettile sono entrambi aspetti del dio, che ribadiscono ancora una volta come cielo e terra, alto e basso, dentro e fuori, siano dualità che appartengono alla dimensione umana e che vengono superate nel momento supremo del samadhi, ove tutto appare per quello che veramente è: Uno. Per le sue potenti capacità, Garuda è chiamato anche Vinayaka “Colui che rimuove gli ostacoli”, dividendo questa qualifica con Ganesha, il dio dalla testa di elefante che è considerato per eccellenza il distruttore di ogni impedimento. Secondo le diverse interpretazioni, il nome Garuda viene dalla radice verbale gri, che può significare “Colui che ingoia (i rettili)”, sorta di grifone, oppure “Colui che è parola alata”, alludendo alle frasi ermetiche dei “Veda”, i più antichi testi sacri hindu, capaci di condurre l’uomo nell’altro mondo, quello divino. Quindi Vishnu, in quanto simbolo dell’energia sprigionata dal rito sacrificale, viaggia sulle ali di Garuda.

L’interpretazione dell’arte

Negli “Shastra”, i manuali per gli artisti, Garuda è descritto con il naso a becco di pappagallo, le zanne e le ali, e con il corpo di cinque colori: oro dai piedi alle ginocchia, bianco neve il petto, marrone il collo, bianca la linea dei capelli, blu il becco e la faccia. Porta una corona ornata da serpi e altri rettili gli si attorcigliano attorno alle membra come gioielli e cintura, e si divincolano stretti nella morsa dei suoi artigli. Il suo atteggiamento è aggressivo e coraggioso mentre la postura, Garudasana, è usata anche per raffigurare il devoto davanti alla divinità. Nello yoga Garudasana serve, tra l’altro, a favorire l’insorgere delle qualità di Garuda: coraggio e umiltà, forza e stabilità.

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