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Il Karma: cambiare il senso della vita
di Marilia Albanese, illustrazione di Chiara Veggetti
La cultura dell’India, antica di quattro millenni, è costituita da apporti differenti, a volte addirittura in conflitto gli uni con gli altri, per cui è difficile offrirne una versione unitaria. Vi sono però alcuni concetti trasversali alle varie scuole di pensiero e correnti religiose, che costituiscono il nucleo centrale del sentire indiano e che sono espressi da termini sanscriti oggi noti anche in Occidente. Uno dei più importanti è karman, che deriva dalla radice verbale kri, “fare”, per lo più tradotto come “atto”.
Questo vocabolo di grandissimo spessore definisce l’insieme delle conseguenze delle azioni compiute, una parte delle quali viene fruita nell’esistenza presente, mentre l’altra parte costituisce una sorta di credito/debito che determina la qualità dell’esistenza futura. La positività e la negatività di questa vita sono dunque il frutto di quanto effettuato nelle vite precedenti. Tuttavia, benché non si possa sfuggire al retaggio del passato, ci si può costruire un’esistenza successiva migliore vivendo correttamente quella in corso. Ma non è questa la meta ultima: per quanto una vita possa essere ottima, l’anima è sempre imprigionata nella materia e soggetta alla sofferenza e alla morte.
Il samsara, il continuo ritorno alla vita, a un certo livello di maturazione interiore diventa una prigione da cui liberarsi. E per farlo è necessario bloccare il meccanismo del karman. Vista l’impossibilità dell’inazione totale, i testi classici insegnano a “risignificare” l’agire in un processo consapevole. Il “cammino della ritualità, della devozione e della conoscenza” (karmamarga, bhaktimarga e jnanamarga) si articolò in queste tre modalità operative per trasformare l’esistenza e giungere alla “liberazione” (moksha) dai vincoli materiali e dal doloroso e incessante ciclo di vite e morti.
Nel nostro quotidiano
Questa concezione tradizionale del karman può offrire spunti di riflessione anche a noi occidentali. La consapevolezza che le nostre scelte hanno ripercussioni che vanno al di là del momento in cui sono state effettuate e che non influiscono solo su di noi ma anche sugli altri e sull’ambiente, induce ad una maggiore e più matura responsabilità personale. Ma c’è dell’altro.
A un attento riesame della propria vita, risulta chiaro che quanto abbiamo fatto ci ritorna indietro, sia pure con modalità e tempi non immediati e subito evidenti. Il karman matura sempre e ci ripropone situazioni nodali che non abbiamo ancora risolto, pendenze da chiudere, errori da purificare. E spesso fa precipitare nella crisi, ma il saperla trasformare in opportunità dà un senso alla sofferenza e aiuta a crescere. Ben lo spiega la lingua cinese, ove l’ideogramma che significa “crisi”, significa anche opportunità, perché è costituito da due parti: l’una “pericolo”, l’altra “movimento”. In una situazione negativa è proprio la scelta della direzione da prendere che fa la differenza: è il “se e come” ci muoviamo che ci può salvare.
Opportunità
Allora il karman non è più una maledizione, ma un’ulteriore possibilità di riaffrontare quello che è rimasto irrisolto. Se sappiamo dare una spiegazione a ciò che ci accade, è in questa stessa esistenza che continuamente moriamo e rinasciamo, interpretando ruoli diversi, vivendo personaggi differenti. Affrontando situazioni e mondi in continua trasformazione. Se l’uomo è davvero lo specchio dell’universo, in lui vivono tutti i livelli: minerale, vegetale, animale, divino. E il continuo ritorno alla vita (samsara) diviene l’esplorazione proprio di questo universo, fino a essere pronti ad affacciarsi oltre, per intravedere qualcosa d’Altro che ciascuno definisce secondo il suo sentire – l’Assoluto, Dio, l’Aldilà – ma che continua a essere Mistero.
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