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Maya: oltre le apparenze

tutti noi abbiamo una falsa percezione della realtà, distorta
dal nostro vissuto e dai condizionamenti culturali. Ciò che vediamo è maya o “illusione”. superarla significa non fermarsi alle apparenze
di Marilia Albanese

La ricerca interiore in India non è mai stata esercizio intellettuale fine a se stesso, ma mezzo salvifico per eccellenza. Il dolore esistenziale, da cui ogni corrente filosofica, religiosa, rituale che sia vuole affrancarsi, nasce dall’ignoranza. La mancanza di vera conoscenza (avidya) inquina i vari livelli dell’esistenza e nella quotidianità si traduce in una falsa percezione della realtà: l’essere umano non è in contatto con le cose così come sono, ma le interpreta in maniera distorta dai bisogni e dagli obiettivi
e condizionata dalla cultura e dal vissuto.

Il velo mistificatore che tutto copreCiò che egli percepisce è maya, “illusione” e “relatività”, e tale antica concezione si avvicina alla moderna teoria occidentale della deformazione delle informazioni recepite.Queste passano per un primo filtro, i sistemi sensoriali, e quindi raggiungono il Sistema Nervoso Centrale che, per impedire un inutile sovraccarico, trattiene alcune informazioni lasciandone cadere altre. E in più cancella, distorce, generalizza alla luce del proprio vissuto. Al tempo stesso, però, rielabora quanto acquisito in esperienze soggettive, che a loro volta determinano i comportamenti.L’uomo decide come vuole la realtà, se la prefigura, se la racconta e non la vede per ciò che è. Nel tentativo di controllarla, si aliena da essa e soffre perché non è quella che vorrebbe. È la mente che instaura i circoli viziosi, quelle cittavritti, “turbini della materia psichica”, citate nel secondo versetto degli “Yoga Sutra” di Patañjali. Da qui la necessità di purificare e pacificare la mente per recuperare la visione della realtà per quella che è. 

Tuttavia nel primo periodo della civiltà indiana (quello definito “vedico” dai testi composti in quel secondo millennio a.C., i “Veda” appunto), il termine maya non aveva un’accezione così negativa. Definiva infatti la capacità degli dèi di manifestarsi e trasformarsi in infinite forme, ma proprio questo potere finiva per confondere gli uomini e celare loro la vera natura della Realtà.
Maya, inoltre, potendo essere fatta risalire anche alla radice ma, “misurare”, indicava la modalità
attraverso cui il mondo era stato manifestato e cioè dandogli misura nello spazio e nel tempo. L’Assoluto, Dio o il Principio Primo che dir si voglia, avrebbe volutamente limitato alcune sue caratteristiche e avrebbe contratto il suo essere infinito nei contorni finiti dell’universo e il suo essere eterno nella caducità della vita.

Il coraggio di guardarsi dentroSe l’uomo si ferma alla forma esteriore e all’apparenza ritenendole la Realtà ultima, cade nell’errore, nella falsa conoscenza, nell’avidya.
Il fascino di maya vela il vero obiettivo, costituendo una prova ardua per coloro che anelano ad altri orizzonti, ma nelle concezioni indiane più moderne la bellezza del mondo diventa una delle strade che conducono a Dio, se si sanno leggere i segni della Sua presenza impressi nella materia.
Nella quotidianità di noi uomini occidentali del terzo millennio maya è il nascondersi dietro maschere, interpretare ruoli sociali non sentiti o opportunistici, rincorrere modelli e continuare ad aggrapparsi a schemi ripetitivi di comportamento malsano. Così avidya è il rifiuto a guardare dentro se stessi e gli altri, spesso per paura di scoprire realtà insospettate e insostenibili e allora si continua a stare aggrappati
a una realtà illusoria, fatta di ripiegamenti sul passato e proiezioni nel futuro: i rimorsi, i sensi di colpa, i rimpianti, le aspettative, sono i moderni aspetti della maya.
Combatterla significa non fermarsi alle apparenze, non aggrapparsi caparbiamente ai punti di vista, smettere di ritenere assoluto ciò che è relativo e avere il coraggio di vedersi e di vedere, di ascoltarsi e di ascoltare in maniera obiettiva, serena, non giudicante e accogliente, qui e ora, nel presente. Squarciare il velo di maya, oggi, è assumersi la responsabilità di essere ciò che siamo.

 

 

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