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NIRVANA, LA PACE DEL SILENZIO

di Marilia Albanese

 

 

Tra i termini indiani diffusisi nel nostro vocabolario, nirvana è sicuramente uno dei più frequenti.
Evoca visioni paradisiache, stati di ovattato smemoramento, pace interiore, serenità e silenzio, pienezza e beatitudine. A usarlo ben prima della New Age fu Schopenhauer per esprimere la condizione dell’asceta che cessa di volere la vita, spezza la catena del desiderio e redime in se stesso l’universo, e se ne servì anche la psicoanalisi per definire la tendenza dell’apparato psichico a ridurre il più possibile le tensioni.
Tuttavia ben altro era il suo significato nell’antica India, ove alludeva all’estinguersi di ogni cosa, dai fenomeni del mondo materiale ai contenuti della coscienza, e soprattutto al dissolversi di ogni desiderio
mondano.
Il totale distacco nei confronti della vita conduceva alla liberazione dal ciclo delle rinascite, ma tale supremo fine venne di preferenza denominato con il vocabolo moksha, fondamentale nel linguaggio hindu.

 
LO SPEGNERSI DELLE PASSIONI

Fu invece il Buddhismo che diede al termine nirvana (nibbana in pali, la lingua del “Canone Buddhista”) un’importanza fondamentale, utilizzandolo per definire l’uscita dal doloroso fenomenismo
del mondo materiale, il samsara, inteso come un grande fuoco continuamente alimentato dalle passioni, che brucia gli esseri nelle fiamme della sofferenza.
E proprio allo spegnersi di queste per mancanza del combustibile del desiderio alludono due dei vari significati attribuiti a nirvana: quelli di “assenza di aria” e di “estinzione tramite soffio”.
Una strofa presa dalle “Therigatha”, i “Canti delle monache” incluse nel “Canone Buddhista”, è in tal senso particolarmente significativa:
“Presa la lampada entrai nella
mia cella.
Assisa sul giaciglio contemplai
la fiamma.
Poi, afferrato il lucignolo,
estinsi nell’olio lo stoppino.
O nirvana della lampada, liberazione
della mente che si
realizza”.

 

TOTALE DISSOLUZIONE

Al tempo stesso, però, vista la tradizionale concezione indiana secondo la quale, quando la fiamma si spegne, il fuoco non si annienta ma rientra nella sua vera e illimitata dimensione di essere, si può supporre che nirvana intenda un ineffabile stato al di là di ogni limite e condizionamento. In quanto
assolutamente ultraterreno, esula da ogni possibile definizione, essendo esprimibile, tutt’al più, solo attraverso proposizioni negative: il nirvana non è dolore, non è transitorio e così via. Ciò che è certo è che con esso tutti i mali cessano insieme alle loro cause e ai loro effetti.
La totale dissoluzione dell’esistenza più pratica e della sua fittizia coscienza, ovvero lo spegnimento del dinamismo psicofisico, è conseguenza dell’illuminazione salvifica che dissipa le tenebre dell’ignoranza (bodhi). Spesso l’Occidente ha inteso il nirvana come annichilimento, come nulla, in una visione riduttiva e pessimistica del termine. Quanto invece questo alludesse ad una dimensione trascendente e positiva lo illustra il fatto che nell’uso popolare finì per significare “paradiso”.

 

DISTACCATA ILLUMINAZIONE

E per noi occidentali, quale nirvana, dato che viviamo all’interno della società, accettandone i ruoli e gli oneri? Forse uno spazio interiore di “decantazione”, ove l’ego e gli echi del mondo si spengono, in cui perfino l’ascolto di sé cessa e il pensiero riposa nel silenzio. Oggi, nel ritmo frenetico, nell’incalzare del fare e del dimostrare, quanto bisogno di pause, di svuotamento, di essenzialità!
Lo Yogadarshana, la corrente yoga classica che articola il percorso di progressivo distacco dalla materia in otto stadi di emancipazione spirituale (anga), colloca quale quinto il pratyahara, il ritorno a sé, l’introversione. Dopo yama e niyama, codici di comportamento interiore ed esteriore, ed asana e pranayama, discipline del corpo e del respiro, pratyahara si pone come passaggio imprescindibile per accedere al Raja Yoga, lo “yoga regale”, articolato in concentrazione, meditazione e contemplazione (dharana, dhyana e samadhi). Nel distacco dal mondo esteriore e nel ritorno a sé del pratyahara tutto ciò che non è essenziale si dissolve e la coscienza si purifica. È in una luce nuova che, in questo stadio, si vedono le cose, come se un attimo ineffabile di illuminazione facesse brillare un’altra dimensione. Un presagio di nirvana, per poi tornare al “qui e ora” con una percezione e un impegno di maggiore spessore.

 
Marilia Albanese 

 

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