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IL SENSO DEL TEMPO

di Giampiero Comolli

 

"Ma io in questo posto ci sono già stato, questo fatto mi è già accaduto…”.
Non è raro provare all’improvviso la sensazione, nitida e tuttavia inafferrabile, di avere già incontrato un’altra volta l’avvenimento che si sta vivendo. Nota come déja vu, questa impressione ci turba innanzitutto perché la certezza di avere realmente già visto quel paesaggio, quel volto, quella scena che va mostrandosi di fronte a noi, si accompagna all’assoluta impossibilità di determinare quando tutto ciò ci sarebbe accaduto: nell’infanzia più remota? in un sogno particolarmente vivido e poi dimenticato? o addirittura in una precedente vita?
Ma il nostro spaesamento risulta ancor più intenso perché l’inaspettato irrompere del déja vu sembra turbare lo scorrere uniforme e irreversibile degli eventi, come se qualcosa che era già capitato una prima volta avesse l’inopinata facoltà di ripetersi identico una seconda volta. 

COME UNA FRECCIA
L’idea che il passato possa riaffiorare ancora invece di sprofondare in una lontananza sempre più remota, ci appare particolarmente disorientante perché noi, in Occidente, abbiamo fatto nostra, fino a considerarla ovvia e naturale, una concezione storica del tempo, in base alla quale gli eventi si susseguono l’uno dopo l’altro senza possibilità di ripetizione: il passato si allontana via via alle nostre spalle e, attraverso il presente, noi avanziamo verso un futuro sempre nuovo, sperabilmente migliore, in ogni caso diverso da tutto ciò che è già trascorso.
Questa idea che il tempo sia una sorta di freccia che non torna mai indietro - avvalorata negli ultimi secoli dai continui progressi della scienza e della tecnica, oltre che dall’irrompere di eventi storici sempre più imprevedibili - trae le sue origini dall’Ebraismo e dal Cristianesimo. Sono stati infatti i profeti dell’antica Israele e poi l’accadimento inaudito della venuta di Gesù, a farci pensare che il cammino dell’umanità sia una sorta di linea diritta, che procede a senso unico dalla caduta iniziale della prima coppia umana fino alla redenzione finale. Dio ha cacciato un’unica volta Adamo ed Eva dall’Eden, così come Gesù, sempre per volere di Dio, si è incarnato, è morto e risorto una sola volta nella storia, tracciando da allora il cammino che tutti noi possiamo seguire fino alla risurrezione finale, fino a quel Regno di Dio, che ci aspetta nel futuro, alla fine dei tempi. Per ebrei e cristiani, dunque, Dio agisce, interviene nella storia, dandole una direzione, un senso; e in questo modo fa sì che il tempo non si ripeta. 

L’ETERNO RITORNO

Ma molte altre civiltà, in ogni parte della Terra, hanno tutto all’opposto considerato il tempo come una dimensione destinata alla ripetizione eterna. Le culture tradizionali dei popoli cosiddetti “primitivi” hanno sempre percepito il tempo irreversibile della storia come un tempo degenerato, imperfetto, rispetto al tempo sacro delle origini, quello in cui gli dèi hanno dato vita al mondo. Ebbene, secondo queste culture è tuttavia possibile uscire dal tempo decaduto e doloroso degli eventi storici, per tornare indietro e indietro, fino a far rivivere il tempo perfetto degli dèi.
Questo eterno ritorno a una primordiale età divina accade ogni volta che si celebra un rito: il rito infatti ripete esattamente gli stessi gesti originari con cui gli dèi hanno fatto esistere, per la prima volta, ogni singola cosa. Il tempo sacro delle origini può così tornare ripetutamente nel “qui e ora”, in un ciclo eterno che, attraverso il rito, annulla la storia e la su angosciosa irreversibilità, come una ruota.
Nella civiltà indiana, invece, questa stessa idea di una ripetizione illimitata del tempo ha dato vita alla concezione dei cicli cosmici: il ritmo dell’universo si scandisce secondo una periodica creazione, degenerazione, distruzione e successiva ricreazione di tutte le cose. Di durata variabile, ogni yuga, ogni epoca o periodo cosmico, è segnato dunque da un’aurora, un crepuscolo e una fine, cui segue l’aurora di un nuovo yuga, così che il tempo dell’universo, per quanto di lunghezza sterminata, si dispiega rigirando su se stesso come una ruota, in una ripetizione infinita di catastrofi e rigenerazioni.
A livello esistenziale, tale carattere ciclico del tempo cosmicosi traduce nella ruota dolorosa del samsara, l’interminabile catena delle esistenze, fatta di nascita, sofferenza, morte e rinascita in una nuova condizione di vita: una ruota che imprigiona tutti gli esseri ameno che essi non raggiungano la reintegrazione, l’unione definitiva, perfetta e salvifica con l’Uno, l’Assoluto posto al di là del tempo e di ogni ciclo cosmico.

PREZIOSI FRAMMENTI DI ETERNITA'

La beata liberazione (moksha) dalla prigione temporale del samsara è infatti sempre possibile grazie alla conoscenza suprema (prajña) delle leggi che reggono l’universo, unita alla lenta e assidua pratica dello yoga.
Proprio la paziente ripetizione delle posture sacre (gli asana) dello yoga, permette infatti a poco a poco di uscire dal tempo profano, doloroso e irreversibile, per entrare in una condizione di unità con l’Assoluto: stato di beatitudine perfetta proprio in quanto posta al di là del tempo. In modo a ben vedere non così dissimile, anche il cristiano, attraverso la lenta e costante pratica della preghiera e dell’amore, ricevuta in dono da Gesù, può vivere fin da subito nella beatitudine del Regno di Dio, già da ora presente in mezzo a noi, come un frammento di eternità che anticipa la risurrezione futura del mondo. I
n un caso come nell’altro si tratta dunque di percorrere, con pazienza e molto adagio, una via spirituale di lento raccoglimento. Esercitarsi nella lentezza, cioè diminuire la velocità del nostro agire, è considerato ciò che ci permette in ogni momento di uscire dallo scorrere affannoso e tormentoso della storia per raggiungere una pace suprema che sempre, ciclicamente, può tornare.
 

Giampiero Comolli 

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