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Passo dopo passo

di Anna Volpicelli

 


Ultreia», così ci si saluta tra compagni pellegrini sulla strada che porta a Santiago de Compostela, il cammino che da secoli raduna milioni di “viandanti moderni” provenienti da ogni parte del mondo. Chiunque decida di intraprendere questo sentiero è animato da uno spirito di ricerca che nemmeno la fatica e il calore del sole riesce a fermare. Ed è forse la forza di questa energia segreta che spinge i numerosi pellegrini a vivere per 30 giorni in una condizione di precarietà assoluta, in una sfida incessante con se stessi e la propria volontà. Sì la volontà, perché per affrontare un così lungo percorso non è necessario avere delle particolari doti atletiche, ma motivazioni profonde che portano a costruire passo dopo passo il senso del proprio cammino.

Identità pellegrina

Inizialmente chi si imbatte in Santiago non ha ancora ben chiara la ragione che l’ha portato su queste strade sterrate e polverose, alcuni dicono che è come se si fosse chiamati a lasciarvi le proprie impronte. «Di solito si intraprende il cammino spinti più che altro dalla curiosità, intuendo che su questa via si troverà una risposta» - spiega Luciano Callegari, ideatore di www.pellegrinando.it, sito che fornisce informazioni, raccoglie esperienze e suggerimenti per affrontare Santiago de Compostela. Eppure  leggenda e  tradizione raccontano una storia ricca di speranza per testimoniare di un miracolo avvenuto intorno al 1000 d.C. e che, dall’epoca di Carlo Magno, ha portato milioni di persone a percorrere questo lungo sentiero. Nella “Vita Nova” Dante Alighieri scrisse che “non si intende pellegrino se non chi va verso la casa di San Giacomo”, un viatico d’eccellenza per chi si accinge a partire. L’itinerario compostelliano raggruppa sui suoi sentieri persone provenienti da ambienti diversi che si ritrovano a condividere un’esperienza straordinaria. «Incontri individui che come te sentono l’urgenza di percorrere questa strada», continua Callegari.

Passo dopo passo l’unione con l’altro diventa sempre più forte e si comprende l’importanza dello stare insieme, del conforto del proprio vicino durante i momenti di fatica più intensa. Ci si trova in uno stato di nudità non timorosa a condividere con perfetti sconosciuti attimi di accesa emotività dove ci si abbandona a scherzi ingenui e lacrime inaspettate. Ci si scambia pezzi di vita vissuta senza aspettarsi nulla in cambio perché ogni cosa è guidata dalla gratuità del dare e del ricevere spontaneo. «C’è un’assenza di ruoli predefiniti che aiuta ad aprirsi e a essere disponibili agli altri a tal punto da fare entrare chi ti sta accanto nella tua vita confessando particolari mai rivelati ad alcuno», aggiunge Callegari. Verso Santiago non esiste solitudine, nemmeno se la si cerca. C’è, però, nell’animo di ognuno una sete di silenzio: quel tempo sospeso dedicato a comprendere i propri moti interiori, un sentire e guardare senza veli il nostro Io più profondo per poter così apprezzarne la sua semplice bellezza. «Si va sul cammino per affidarsi, è come se si facesse un atto di fede», rivela ancora Callegari. È uno sfidare i propri limiti e le proprie paure per poi capire che questa precarietà è la base di tutto e l’unica cosa che resta da fare è accettarla e abbandonarsi alla vita stessa lasciando che sia essa a plasmare la nostra inconfondibile individualità. «Il cammino è un’esperienza di libertà individuale. Sei tu, da solo, con la tua casa sulle spalle.

Durante il tragitto avvengono delle trasformazioni. Ogni giorno cresci e ti rendi conto di essere riuscito a fare cose che non pensavi», conclude Luciano, e chi pratica yoga conosce perfettamente questa sensazione di sorpresa, unita all’importanza di seguire con tenacia fino in fondo il proprio cammino.  Ed è qui forse che risiede il senso di questo lungo peregrinare.

Vai per la tua strada

Esistono vari itinerari per raggiungere la meta, ma il più battuto è il cammino francese: sono quasi 800 chilometri divisi in 30 tappe. Si può accedere da due luoghi precisi che attraversano i Pirenei: il primo è Saint Jean Pied de Port, città che nel Medioevo ha rappresentato un centro di accoglienza per i pellegrini che dovevano oltrepassare la zona pireneica per giungere a Roncisvalle (prima località spagnola). Il secondo accesso, situato più a sud, è Somport. Qui le distanze da Santiago si allungano di 90 km e le tappe diventano 34. Entrambi i percorsi confluiscono a Puente la Reina trasformandosi, da lì, in un unico cammino. In generale il percorso francese attraversa tutta la zona settentrionale della Spagna. A Santiago, però, ci si può arrivare anche per altre vie: calcando il cammino del nord che parte da Irun e percorre in 850 chilometri tutta la costa. Da Siviglia, invece, si apre la “Via de la Plata”, mentre Porte de Lima è l’accesso al sentiero portoghese celebre per la bellezza paesaggistica.

Ciò che accomuna tutti gli itinerari è l’inconfondibile segnaletica: la conchiglia, simbolo di tutto il cammino. Il mito narra che il motivo di questa icona sia attribuibile ai primi pellegrini che, dopo Santiago, proseguivano fino alla spiagge di Finisterre per raccogliere la “vieira” (conchiglia o capa santa) come prova dell’avvenuto pellegrinaggio. Ancora oggi i “camminatori” si riconoscono da quest’oggetto che appendono allo zaino. Indipendentemente dalla via scelta resta il fatto che l’obiettivo per tutti, non è raggiungere la destinazione, quanto il percorrere ogni singola tappa, ogni singolo chilometro. «Non vai sul cammino per arrivare a Santiago - dice Callegari - ma per vivere l’esperienza del pellegrinaggio. Arrivare è la fine, non lo scopo». L’opportunità  offerta è quella di essere inseriti in una dimensione atemporale, lontani dalla metropoli, per arricchirsi di incontri inaspettati e di gesti genuini.

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