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lettere all'esperto
SPIRITUALITA' IYENGAR
risponde Gabriella GiubilaroIl testo fondamentale è “Gli Yoga Sūtra di Patañjali”, gli aforismi della yoga (esistono molti commenti a questo testo, fra cui, “Gli antichi insegnamenti dello yoga”, di B. K. S. Iyengar, Ed. Futura). In esso Patañjali elenca otto stadi dello yoga, che chiama aṅga: gli asana (posizioni) costituiscono il terzo aṅga e il prāṇāyāma (respirazione) il quarto. Il grande maestro definisce lo yoga come “citta vrtti nirodha” (controllo dei movimenti della coscienza; la parola citta racchiude mente, intelletto ed ego), e afferma che per raggiungere tale stato la mente deve fissarsi su qualcosa, che chiama “ālambana” (supporto, sostegno per disciplinare, appunto, la mente; I.38). Nella meditazione il supporto più usato è un mantra o la respirazione. Patañjali stesso offre una lista di possibilità per “ālambana” (per esempio un oggetto, un’idea, Ishvara, I.23- I.39) e conclude la lista dicendo che il praticante può scegliere un sostegno “secondo il proprio desiderio”, “yathā-abhimata”, (I.39). L’essenziale, quindi, non è la particolarità dell’oggetto su cui ci si concentra, ma la concentrazione stessa. Ogni “oggetto” può essere usato come “ālambana” a condizione che la mente sia fissa. Iyengar ha scelto l’asana stesso come “ālambana”; decisione legittimata dal fatto che Patañjali ha autorizzato qualsiasi “ālambana”, ma ancor di più ha incluso anche il prāṇa (il quarto aṅga). Quindi, se il quarto aṅga può essere utilizzato per il fine dello yoga, perché non il terzo? È vero che la proposta di Iyengar, secondo la quale l’asana può trascendere il ruolo di terzo aṅga e può essere usato per compiere il sistema completo, è un’innovazione dal punto di vista della storia della tradizione dello yoga classico, ma è un passo legittimo secondo l’insegnamento di Patañjali stesso.
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