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Pagine indiane
di Cristina Ceci
Ha fatto amare l’India a intere generazioni di bambini e adulti con i suoi personaggi di Kim e Mowgli, con l’orso Baloo e la pantera Bagheera che si muovono fra giungle e templi del Rajastan. Lui, Rudyard Kipling (1865-1936), è il padre di tutta la letteratura anglosassone ambientata nella magica terra indiana, capostipite di un filone che negli anni si è ampliato e modificato, rimanendo tuttavia vitale fino a oggi. Con un denominatore comune: la fascinazione degli scrittori britannici nei confronti di quel Paese-mito. Kipling, Premio Nobel per la Letteratura nel 1907 (in Italia pubblicato in decine di ristampe ed edito da Adelphi e da altre case editrici), nell’India coloniale è nato e vissuto a lungo, fra Bombay e Lahore. E qui ha ambientato i romanzi che lo hanno reso celebre: “Il libro della giungla”, “Kim”, “Lettere corsare dall’India”. Le avventure delle sue creature fantastiche sono il sogno di evasione che non ha mai smesso di incantare milioni di lettori.
Terra dalle forti emozioni
Come un altro grande classico, “Passaggio in India” (Mondadori) di Edward M. Forster (1879-1970), che si svolge negli anni ‘20 fra la cittadina di Chandrapore e le grotte di Marabar (nel nord), al tempo parte dell’Impero britannico. È un romanzo di turbamenti, domande, moti dell’animo fra stupore, desiderio di capire e sottili paure nei confronti di un mondo nuovo. Un mondo che per gli inglesi in epoca coloniale era una sfida alla scoperta del diverso, capace di modificare radicalmente e all’improvviso prospettive e rapporti umani. È l’India che trascina in un turbine emotivo.
Il diverso che attrae
«L’India ha esercitato una fascinazione profonda sugli scrittori anglosassoni fra fine ‘800 e inizi ‘900» - spiega Giampiero Comolli, critico e scrittore che ha ambientato in Asia molti dei suoi romanzi, da “Il picco di Adamo” all’ultimo “Cineteca Eurasia. Ricordi di film visti in viaggio” (Baldini Castoldi Dalai). «Perché a differenza di altre realtà extraeuropee, come l’Africa o l’Estremo Oriente, con sistemi simbolici troppo distanti, l’India era sì un’altra civiltà ma più vicina alle radici indo-europee e al mondo classico, oltre che parimenti evoluta. Ciò che gli scrittori vedevano lì corrispondeva a immagini, figure e archetipi che erano propri del loro inconscio e dei loro sogni. È noto, ad esempio, che Kipling fosse tormentato da incubi e visioni notturne, ed ecco che la sua India è terra di sogni e di fantasmi: i suoi. Per lui scrivere era esercitare il controllo sulle sue stesse paure. Sia in Kipling sia in Forster c’è sempre questa ambivalenza: fascino verso un Paese più vitale, più vicino alle fonti dell’esistenza, al mondo sorgivo degli istinti e delle pulsioni, ma al tempo stesso da controllare, anche come inconscia metafora del dominio coloniale». L’India come un sogno a occhi aperti dunque, dove ritrovarsi davanti viva, vitale e reale la propria dimensione onirica. Qualcosa che cattura e travolge, nei paesaggi straripanti, nella concezione del sacro, nella religiosità intensa, nella moltitudine di umanità dai diversi credo e usanze.
Dai mitici sessanta ai giorni nostri
«Finito il periodo coloniale - continua Giampiero Comolli - la fascinazione prosegue ma, libera dai velati sensi di colpa, si trasforma in aperta meraviglia e l’India diventa, dagli anni ‘60 (con la controcultura, i Beatles e la beat generation che la esaltano) fino ad oggi, la bella alternativa al nostro mondo». Gli scrittori tornano a confrontarcisi in modo nuovo, cantandola in tutta la sua positività come fa Allen Ginsberg all’inizio degli anni ‘60 in “Diario Indiano” (Guanda), appunti di un anno trascorso viaggiando lungo tutto il Paese fra sadhu, yogini e poeti. Quella terra diventa per lui il luogo ideale per un’esperienza spirituale sincera. Sull’autenticità e il calore, all’opposto esatto del razionalismo e del self control inglesi, insistono tutti gli autori figli di Kipling e Forster. Come William Dalrymple, una vita divisa fra Londra e Delhi, considerato uno dei massimi esponenti contemporanei della letteratura di viaggio inglese.
Nei suoi “In India” e “Delhi” (entrambi editi da Rizzoli e scritti negli anni ‘90) usa la tecnica del reportage per tradurre un grande amore nei confronti della sua patria adottiva, pur senza nasconderne le contraddizioni, i nodi problematici che con erudizione analizza. «Sono stato completamente conquistato fin dalla mia prima visita in questo Paese nei panni di un diciottenne con lo zaino in spalla: l’India mi eccitava, mi sorprendeva, mi spaventava e mi stimolava» - scrive nel libro “In India”. «Da allora non ho mai smesso di stupirmi...». Sorpresa e meraviglia sono condivisi da un altro londinese, Mark Shand, autore del recente “Viaggio in India in groppa al mio elefante” (Neri Pozza), racconto entusiastico e divertito dei chilometri percorsi “a bordo” dell’elefantessa Tara: da Konarak, affacciata sul Golfo del Bengala, fino a Patna verso le sorgenti del sacro fiume Gange. Shand viaggia sull’elefante, considerato animale sacro e identificato nel dio Ganesh, entrando a poco a poco in sintonia con l’animale, con le persone, con i luoghi e con se stesso. Altri autori new generation si confrontano con l’India nella raccolta “Weekenders 2. Racconti UK da Calcutta” (Oscar Mondadori): undici storie che narrano la sfida dell’ambientarsi oggi nella capitale del Bengala. Bella Bathurst costruisce una narrazione sulla sacralità delle acque dei fiumi, sullo stupore, per un inglese, di fronte all’iconografia della dea patrona della città, Kali la nera, la distruttrice; e sulla relatività della percezione che vuole Calcutta, in Occidente, luogo di dolore e povertà, mentre in India è chiamata la “città della gioia”.
Irvine Welsh, celebre per il suo “Trainspotting”, delinea la figura di una giovane donna indiana all’apparenza sofferente di una malattia mentale. Ma l’intervento di uno psicologo inglese la aiuterà a comprendere che i suoi sogni angosciosi sono solo il riemergere inconscio di un’infanzia difficile fra i vicoli della megalopoli. Ed ecco tornare le visioni di Kipling e Forster, in chiave contemporanea. Il cerchio della fiction si chiude, sulla stessa terra che da secoli evoca sogni più accesi della realtà stessa.
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