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Maestro interiore
di Emina Cevro Vukovic
Mentre il vento raccoglie le nuvole per il temporale che veloce, di lì a poco, si scatenerà sul lago, gli allievi del martedì, gli stessi da dieci anni, entrano nella sala del Centro Yoga Kailash di Verbania. Sono puntuali, hanno il modo di muoversi elegante e leggero di chi pratica da tempo. L’insegnante, Daniele Rabozzi (daniele.rabozzi@libero.it), accoglie ognuno con un sorriso, una frase o un abbraccio.
«Tengo solo sei corsi alla settimana – racconta - cerco un rapporto affettivo e personale con gli allievi, se ne avessi di più non sarebbe possibile. E poi l’insegnamento non deve assorbire tutte le mie energie, nella mia vita ci deve essere spazio per la pratica personale, per l’affetto che mi lega alla mia compagna, per le amicizie e la grande passione per la montagna». Quarantanove anni, milanese di origine, Daniele ha aperto il centro dodici anni fa e da allora l’insegnamento della yoga è diventato la sua sola professione.
«La prima volta che ho sentito nominare lo yoga – spiega Rabozzi - era quando, a ventun’anni, in California, facevo il cameriere in un ristorante. Una ragazza me ne parlò con entusiasmo, avrei voluto frequentare la sua scuola, ma ero di turno la sera e non riuscii. Appena tornato a Milano mi iscrissi a un corso. Ne fui subito conquistato, sentivo la profondità della disciplina, ma avvertivo anche che mi mancavano i modi per coglierla appieno. La vera pratica cominciò nell’85 frequentando la scuola Raja Yoga di Moiz Palaci e Renata Angelini per sei anni e in seguito quella di Carla Sgroi. In quegli anni cominciai anche ad andare in India per imparare dalle fonti; lavoravo duro un anno e poi partivo, viaggiavo per un anno intero e dove trovavo un maestro mi fermavo a praticare. Nel ‘96, in India, grazie a Moiz e Renata, ebbi la fortuna di incontrare Vimala Thakar».
L’esempio
Vimaji, come è chiamata affettuosamente, ottantacinque anni, cresciuta nella tradizione del Mahatma Gandhi, ha terminato gli studi universitari in Inghilterra e per quattordici anni ha lavorato per il movimento Bhoodan che si prefiggeva di restituire la terra ai contadini. Vicina a Krishnamurti e a molte grandi personalità indiane, è oggi considerata una dei più grandi maestri spirituali viventi. I suoi numerosi libri sono tradotti in tutto il mondo, in Italia da Astrolabio-Ubaldini.
«È difficile descrivere una persona così straordinaria - racconta Daniele - è una grande luce. Lei non dà insegnamenti, questa è la cosa difficile e straordinaria, ti incontra come un amico, non parte dal presupposto di avere qualcosa di importante da trasmettere. Ti ritrovi davanti a una persona che non formula giudizi; è difficile tradurre con le parole sensazioni così profonde, ti senti ascoltato, nudo. Puoi anche arrivare con delle domande da farle. Una volta mi sono arrovellato per tutto un giorno per preparare sei quesiti che ritenevo fondamentali. Mi rispose in dieci minuti e poi mi chiese: “E dunque?”. Di fronte a lei, che va subito all’essenziale, cominci a toglierti gli strati, come in una psicoanalisi moltiplicata per mille. Dopo un incontro di mezz’ora con Vimala mi sono ritrovato, a volte, spossato come dopo dieci giorni di trekking duro. Il tempo di una persona così è prezioso, per questo studio e medito sulle sue parole per anni prima di sentirmi pronto per un altro incontro».
Il percorso
Grazie all’incoraggiamento di Vimala, incontrata varie volte nel corso degli anni, Daniele ha intrapreso l’insegnamento in carcere. «Una realtà molto dura - spiega Rabozzi- rumore, fumo, odore di disinfettante, una quantità mostruosa di psicofarmaci per dormire, per non impazzire. Chi frequentava i corsi riusciva a riposare senza pillole per due o tre notti. Anche se nel carcere dove insegnavo c’erano detenuti con pene brevi, di passaggio, era difficile entrare in una dimensione più profonda della distensione fisica».
Ha insegnato, per alcuni mesi, anche negli Stati Uniti. «A New York - dice - molte scuole sono abituate a lavorare sulla forma fisica. Ero curioso di vedere come gli allievi avrebbero reagito a uno yoga silenzioso e interiorizzato come il mio. Mi ha fatto piacere vederne l’apprezzamento». Nonostante il legame con Vimala, Daniele ritiene di non avere un maestro particolare di riferimento. «Ogni giorno – continua - studio e medito sulle parole di Thich Nhath Hanh, Krishnamurti, Vimala. Anche grazie a loro credo che il compito di ognuno sia diventare se stessi. Se un po’ so insegnare lo devo ai miei allievi, soprattutto a quelli che mi seguono da anni, loro sono i maestri che mi spingono a guardarmi dentro, a evolvere.
Per questo non mescolo principianti e avanzati. Chi pratica da tempo sviluppa uno speciale silenzio interiore, tangibile, che nella classe cerco di preservare». E per il futuro, ancora insegnamento e ancora viaggi. «Quando si è lontani da tutti e dai consueti riferimenti – conclude - dopo qualche mese ci si dimentica ciò che non è importante e dopo qualche mese emerge ciò che è essenziale. Si parla di vuoto, come spazio interiore, nella pratica, ma bisogna cercare questo “vuoto” anche nella vita. Viaggiare può essere un aiuto, lo è stato per me, ma in fondo quello spazio di apertura va coltivato sempre nel proprio quotidiano, ovunque esso sia».
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