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YOGA ANTISTRESS
YOGA GRAVIDANZA
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Elogio dell'imperfezione
di Cristina Ceci, illustrazione di Gabriele Montingelli
L’”Independent on Sunday”, supplemento del prestigioso quotidiano inglese, lo ha eletto libro del 2005 quando è stato pubblicato in Inghilterra. E adesso il romanzo autobiografico di Lucy Edge è uscito anche in Italia con il titolo “L’amore, il sesso, lo yoga” (Ed. Newton Compton, titolo originale “Yoga School Dropout”) e sta bissando il successo in patria.
Perché lei, pubblicitaria di 43 anni, sa essere divertente e profonda insieme, saggia e dissennata, mondana e spirituale nel raccontare con arguta ironia, ma mai con cinismo, la sua ricerca della vera Lucy attraverso lo yoga e un viaggio in India di sei mesi. Parte lasciandosi alle spalle gli slogan pubblicitari e le chiacchierone “guru del cappuccino” (le sue amiche), per viaggiare da nord a sud negli ashram ad Auroville e Rishi Kesh, di Aurobindo, Iyengar, Osho. Si considera una reietta dello yoga, così suona il titolo in originale, perché è goffa nelle posture, pensieri lussuriosi la distraggono, il desiderio compulsivo di shopping e alcol non la abbandonano mai e scambia Hare Om per il nome di un cuoco: è la Bridget Jones in versione yogini.
Eppure l’illuminazione alla fine arriva e fa “bang!”: torna a Londra diversa, tutto le appare sotto un’altra luce grazie alla centratura che la pratica le dona, anche i difetti, le ossessioni, i ritmi incalzanti. E scrive questo libro, in cui si cita anche la versione americana del nostro giornale, che è insieme la storia del suo percorso interiore, un reportage di un viaggio spirituale e un neo-trattato sullo yoga. L’abbiamo intervistata, per capire come si può diventare dee, molto imperfette, di questa disciplina.
Perché un romanzo del genere?
«È stato “India segreta” di Paul Brunton (Ed. Il Punto d’Incontro), a spingermi a partire. Sono rimasta affascinata dal suo viaggio negli anni ‘30 alla ricerca della saggezza, e mi è nato il desiderio di conoscere l’ashram del suo guru, Ramana Maharshi a Tiruvannamalai, e di incontrare saggi viventi come Iyengar e T. K. V. Desikachar. Mi limitavo, fino ad allora, agli asana, a un po’ di pranayama e meditazione. Volevo provare qualcosa di più esoterico, il Bhakti yoga (lo yoga della devozione), il Jnana yoga (lo yoga della consapevolezza), il Nada yoga (lo yoga del suono). La maggior parte di quello che si legge su questa disciplina è talmente serio da intimidire. Volevo, al contrario, che il mio libro risultasse una sorta di benefica catarsi per coloro che, come me, non hanno lo yoga nel sangue da sempre, non sono cresciuti in una comunità hippy, non hanno corpi che si flettono come gomma da masticare, hanno un lavoro impegnativo e partecipano alle lezioni sforzandosi di vincere la voglia di un bicchiere di vino. Ma che, nonostante tutto, aspirano a compiere un pellegrinaggio spirituale nel cuore di questa pratica millenaria».
E la conclusione del libro è proprio questa: il nuovo nirvana è imparare a convivere in pace con noi stessi. Come ci si arriva?
«I veri guru in India sono le persone comuni che vivono la pratica come un’attitudine. La loro scuola è il mondo e lo yoga un modo di vivere armonioso, qualcosa di intimo. L’illuminazione, per loro, significa chiarezza di vedute e capacità di scelte sagge nella quotidianità. Praticano in modo informale, non in classi con un insegnante famoso, ma a casa con esercizi di respirazione, di meditazione e il saluto al sole. La straordinarietà di queste persone è l’abilità di saper apprezzare le piccole cose della vita. La loro serenità non è guastata dalla brama di ricchezza materiale, sono felici e basta, qui e ora. Questo è il vero yoga, a cui anch’io aspiro ogni giorno, anche quando fallisco, distratta dal desiderio di un paio di scarpe nuove. Il mio più grande sogno è che mi venga conferita la cittadinanza onoraria nell’India della gente comune».
Scarpe trendy, un bicchiere di vino, voglia di concupire uno “swami da svenimento”. Come si può far convivere tutto questo con la spiritualità? Come possono bilanciarsi sacro e profano attraverso lo yoga?
«Dopo sette anni di ascesi in una grotta, Sri Tirumalai Krishnamacharya, padre dello yoga moderno, ricevette il mandato dal suo guru Sri Ramamohan Brahmachari di interrompere la vita del rinunciante per tornare a casa sua, nell’India del sud, sposarsi e mettersi a insegnare una forma di yoga più moderno. Erano gli anni ‘20, e per la prima volta si sentì il bisogno di comunicare le gioie della pratica a una platea più vasta. Perché ci si rese conto che, se non si fosse adattato al mondo moderno, lo yoga sarebbe scomparso per sempre. Da questa intuizione si ramificarono diversi insegnamenti, come l’Iyengar e l’Ashtanga, adatti a chiunque. La lezione è che lo yoga non è una tradizione statica, al contrario è sempre in evoluzione. Oggi molti di noi yogi tendono sì al cammino spirituale, ma anche a risultati concreti e mondani. Il testamento di tale disciplina è proprio questo: aiutarci a vivere in armonia, in equilibrio fra tutti i desideri».
Anche quello come il suo, legittimo, di trovare un buon marito? Nel libro lo cerca invano. Se lo yoga non serve ad andare all’altare, migliora i rapporti con l’altro sesso?
«In effetti vacanze yogiche e lezioni non servono molto a questo, visto che ci si ritrova soprattutto fra donne. Ma se si guarda oltre le statistiche, che sembrano remarci contro, non credo ci sia modo più efficace per migliorare le relazioni interpersonali. Prima dell’India, sentivo che la mancanza di un boy friend fosse un ostacolo a una vita felice, poi, a poco a poco ho capito che era un falso problema. Tornata a casa più consapevole e con una maggiore accettazione di me, ho traslocato in un appartamento più piccolo, ottenuto un lavoro part time e iniziato a scrivere il libro. Un anno dopo mi sono fidanzata con David e nel 2008 ci sposeremo».
A proposito di lavoro, secondo lei lo yoga aiuta la creatività?
«Sì, perché rendendoci felici e appagati, riesce a sbloccarla. Prima, quando dovevo trovare idee per una campagna pubblicitaria, mi facevo sempre un bagno caldo per rilassarmi, oggi, prendo il tappetino e faccio Adho Mukha Svanasana o Sirsasana: guardare il mondo capovolto, infatti, mi fa vedere le cose in modo diverso. Lo yoga è come una messa a fuoco, aumenta la capacità di concentrazione e lascia che la creatività fluisca, il che ci rende molto più produttivi».
Perché lo yoga piace tanto agli occidentali, lei compresa?
«Credo che molti di noi occidentali inizino motivati dalla ricerca della forma fisica, o forse per vincere lo stress. Ma più pratichiamo, più capiamo che c’è qualcosa di molto profondo: l’antica disciplina indiana aiuta a liberarci dagli strati superficiali del nostro essere fisico, emotivo e spirituale, e cominciamo così a scoprire che cosa è davvero importante, imparando a riconoscere quando usciamo di strada, sbandando. Ci tiene bene ancorati a terra e alle cose semplici, ci rende più fiduciosi in noi stessi e ci consente di ascoltare la saggezza del corpo, di assaporare la pace quando tutto intorno è caos. Credo che, in definitiva, ci aiuti a trovare la nostra collocazione nel mondo, in un’epoca in cui è molto facile smarrirsi».
Dopo l’India, lei ha deciso di tornare a vivere a Londra. Lo yoga funziona anche nelle metropoli?
«Ci aiuta a ritrovare la calma ovunque siamo. Pensare di trovare la pace in una grotta sui monti è mistificatorio. La vera prova del fuoco per lo yoga è aiutarci a trovare la stessa pace nella vita di tutti i giorni in città, a Parigi, New York, Milano, Mumbai. Ci insegna il distacco, la serenità nel caos delle metropoli, ci dona uno spazio di calma: come una piccola oasi che portiamo sempre con noi».
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