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Dona Holleman

di Emina Cevro Vukovic

 

Dona_HollemanEsistono persone lineari e persone eclettiche, difficili da decifrare. Dona Holleman, una delle insegnanti yoga più famose al mondo, è tra queste ultime. Ha formato almeno seicento insegnanti, ha avuto migliaia di allievi e con tranquillità afferma: «molti sostengono che lo yoga conduca su un cammino spirituale, non ci credo, non è vero. Lo yoga, di per sé, non porta da nessuna parte. Può farti diventare più sciolto, più sano, più rilassato. Se bastasse avere un corpo sciolto allora tutti gli acrobati del circo sarebbero dei grandi yogi, il che è falso. I risultati di questa disciplina dipendono da come la si usa, dall’intento di chi la pratica».

 

Tanti paesi, tante vite

Nata in un campo di concentramento in Thailandia, da genitori di origine olandese ma cresciuti in Indonesia durante il periodo coloniale, conobbe da piccola il Buddhismo e la religione cattolica, e in seguito, nel castello di Eerde in Olanda, lo stile di vita della comunità quacchera. Quando la famiglia si trasferì per tredici anni a Giava, studiò il Buddhismo e il Taoismo. Nell’isola, assisteva a spettacoli di danza e a concerti che le trasmisero l’amore per il lavoro con il corpo e per la musica come strumenti di ricerca spirituale. In seguito ha vissuto in Olanda, Gran Bretagna e dal ‘72  in Italia, ma ha sempre viaggiato molto, tornando spesso in Indonesia. La sua esperienza di vita è un incrocio fitto e profondo di culture. Lingua madre? Non sa più quale sia, l’olandese l’ha un po’perso,  parla inglese e italiano. Passioni? Lo yoga, naturalmente, il pianoforte, che suona da quando aveva sei anni, l’equitazione, il ballo, il giardinaggio. Vita privata? Sempre difesa, non ama parlare di sé. Filosofia yoga? L’ascolto del corpo l’ha portata alla pratica del wei-wu-wei taoista, il “fare senza fare”, l’agire come l’acqua scorrendo con la corrente, in contatto con il qui e ora, in un’attenzione totale, non discriminante. Ne parla nei suoi libri, la maggior parte in inglese, come “Dancing the Body of Light”.

 

Natura e animali

Il giorno dell’intervista mi accoglie nel suo giardino, ben curato, da cui si gode una vista fantastica: il lago di Garda e le Prealpi sullo sfondo. Vive a Soiano del Lago da dodici anni, dove insegna yoga. Qui, nel suo grande giardino ha costruito un piccolo maneggio dove si esercita nel dressage. Dona ha un fisico atletico, il volto tonico di chi passa molte ore all’aria aperta. «Dopo quarantacinque anni di yoga – racconta – sento il bisogno di stare fuori e di fare un esercizio più cardiovascolare, come montare a cavallo. Il contatto con gli animali e la natura mi dà una grande gioia. Tutto dipende dall’età. Lo yoga in questo momento della mia vita è troppo “in casa”, troppo dolce. Ogni persona deve ascoltarsi e andare per la sua strada».

Saliamo i terrazzamenti del giardino ed entriamo in casa, piccola, semplice; viveva in una più grande, ma l’ha venduta da poco: «Con l’età – dice –  è meglio semplificare, tenere l’energia per ciò che conta realmente». Nel soggiorno, con ampie vetrate, accoglie i  gruppi più piccoli di allievi, per quelli più numerosi affitta una sala in paese. Tiene quasi esclusivamente corsi di perfezionamento e per insegnanti: per avere un suo diploma vengono dal Messico, dal Cile, dall’Argentina. Parte dell’anno viaggia per insegnare in Gran Bretagna e Olanda.

 

L’insegnamento di Iyengar e la radicalità di Krishnamurti

Ha cominciato a praticare yoga nel periodo in cui viveva in Olanda,  poi nel ‘64, tramite Krishnamurti, incontrò il maestro B.K.S. Iyengar e studiò con lui  in India per due anni, nel ‘64 e nel ‘69. «Lo yoga – racconta – era un impegno a cui dedicavo molte ore al giorno  e lo facevo senza pensare all’insegnamento. Oggi la maggior parte delle persone non vuole apprendere lo yoga, vuole immediatamente diventare un insegnante. Per qualsiasi materia all’Università si studia duramente quattro, sei anni, perché per lo yoga deve essere diverso?». Tornata in Olanda fondò il BKS Iyengar Work Group e tenne i primi corsi per insegnanti. Nel ‘72, dopo un periodo a Londra, si trasferì a Firenze e aprì la BKS Iyengar School dove insegnò per venticinque anni.

Ora il suo centro si chiama Epona Yoga Studio e con Renato Turla rilascia diplomi di “Centred Yoga” (dopo corsi di quattro anni, vedi il sito www. yogajyotim.com); ne ha descritto i principi fondamentali nell’introduzione al libro di Renato Turla, appunto, “Harmonic Passages”. La sua scuola, oggi, si discosta da quella di Iyengar. «Nell’insegnamento – sostiene – si tratta di trovare un equilibrio tra severità e sensibilità». Conduce tre, quattro ore di pratica al giorno e poi dà agli allievi esercizi individuali da studiare a casa. «La mente nella concentrazione – spiega – si stanca molto facilmente. Conosco persone che tengono corsi anche di otto, nove ore al giorno. Non sono d’accordo, possono diventare una forma di dominio. Attraverso la stanchezza puoi rompere le difese dell’altro, entrare dentro la sua personalità e manipolarlo». Si rivolgono a lei allievi provenienti dalle scuole più diverse. «Per me – prosegue ridendo – è più facile insegnare se non vengono dalla scuola di Iyengar. È una disciplina molto precisa. Va bene, però il rigore può diventare una prigione che non ti permette di sperimentare».

Si spiega meglio: «Iyengar è molto tradizionale. È un indiano brahamano, è rigido, non riesce a uscire dal suo punto di vista. Ha tutti i suoi testi sanscriti, i suoi Veda e la figlia in cucina che gli prepara da mangiare mentre lui guarda la televisione. In un insegnamento yoga ci deve essere una buona base di anatomia, a questo sì dedico attenzione. Non insegno, invece, filosofia indù perché non credo che c’entri. A cosa servono la “Bhagavad Gita”, i Veda? Dopo tremila anni di belle parole l’India è il Paese dei paria. L’India è la prova che le belle parole non bastano. Vai a fare la vita dei paria e poi parlami dei valori dell’induismo. Per me lo yoga è una cosa e la filosofia indù un’altra. Lo yoga è universale, non appartiene all’India, è un modo di vivere nel quale si cerca di mantenere il corpo più sano possibile, la mente più lucida e di vivere il quotidiano in maniera serena, senza rabbia, con semplicità. E per condurre una vita equilibrata conta prima di tutto la testa, poi viene il corpo. Un corpo sano può aiutare ma non è il sine qua non della realizzazione personale. Fondamentale è la qualità della propria vita, il resto è un extra. Una persona può leggere in uno scritto di Patañjali che non va bene arrabbiarsi e tali parole diventano una nobile aspirazione. Conosco persone che sanno a memoria Patañjali ma che nella vita di tutti i giorni hanno molte difficoltà. Allora il loro leggere diventa una falsità. Lo yoga intrapreso per rilassarsi e star bene è un gioco carino, ma per stabilire la tua verità vale quello che fai nella vita».

In questa visione radicale si sente l’eco delle parole di Jiddu Krishnamurti, il grande maestro spirituale indiano, di cui è stata seguace per venti anni. Krishnamurti, maestro di libertà, invitava a rinunciare a ogni consolante certezza prefabbricata di fedi e ideologie per cercare senza pregiudizi la propria personale verità. Chiedo a Dona Holleman, se era davvero bello come sembra nelle foto. «Era molto bello, come spesso sono gli indiani brahmani – e aggiunge – era una brava persona». Nel suo sito Dona parla anche di Vanda Scaravelli come una delle persone che più hanno ispirato la sua vita. Seguace di Krishnamurti, era una bravissima concertista. A Firenze Dona prendeva lezioni di pianoforte da lei e contraccambiava con le lezioni di yoga. Con il tempo, Vanda divenne una famosa insegnante. Insieme studiavano le correlazioni tra musica, danza e vita spirituale. Chiedo in che senso Vanda l’abbia ispirata. C’è un momento di silenzio. Mentre riflette dice: «qui si va nelle acque profonde». Dopo alcuni istanti afferma: «La maggior parte della gente è normale, qualcuno, però, ha una marcia in più. Vanda era una di queste, come Krishnamurti. Persone così sono più sagge, più profonde, ma di natura, non perché hanno studiato o si sono impegnati, sono nate così».

 

Senza intento non c’è nulla

«L’essere umano ha diversi modi per arrivare. Una persona può impegnarsi duramente e raggiungere la meta o può usare un’altra energia, che è quella che io chiamo “dell’intento”, e arrivare lo stesso, ma con meno fatica. Molta gente non sa dove vuole arrivare, sia nello yoga, sia nella vita. Nella pratica, poniamo di una posizione di equilibrio sulle mani, ci tenta e ritenta, cade, spreca energia. Il primo passo da compiere, invece, è trovare la calma, raccogliere tutta l’energia; in questo modo si raggiunge l’asana, senza sprechi. Lo stesso avviene nella vita. Lo yoga non ha così importanza. Il mezzo per centrarsi per qualcuno può essere lo yoga, per altri la bicicletta. Bisogna ritornare al proprio centro e formulare un intento. Senza questo legame, praticare serve a poco. È importante dire voglio cambiare questo dentro di me e allora farò musica, farò yoga, farò equitazione solo così può funzionare. Non basta leggere Patañjali. Non basta praticare. Lo yoga non è una compravendita, lo faccio dunque ottengo. No, serve l’intento».

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