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Le Fiabe di Yogananda

Parlano alla nostra anima e abbracciano l’universale, ispirano il giusto atteggiamento

di Sujon Datta – pronipote di Yogananda

Illustrazioni di Nicoletta Bertelle

 

Atteggiamenti vincentiLe fiabe hanno sempre avuto un potente simbolismo evocativo. Parole e immagini universali si inseriscono nella coscienza, lavorando sugli archetipi mentali. Un po’ come le asana, che parlano all’intelligenza del corpo in maniera sottile e profonda. Qui a seguire, pubblichiamo due fiabe delle decine raccolte dal pronipote di Paramhansa Yogananda, pubblicate ora da Ananda Edizioni nel volume “Piccole Grandi Storie del Maestro”. Tutto da scoprire.

 

 

Il ragazzo che si trasformò in bufalo

 

Sulle pendici di una montagna, in India, sorgeva un accogliente eremitaggio affacciato su una meravigliosa vallata coperta di fiori. In realtà, l’eremitaggio era una grotta, scavata su un pianoro roccioso nella montagna. Qui vivevano un grande maestro e il suo devoto discepolo. Quando l’alba scacciava l’oscurità dal volto delle colline e sui loro fianchi sorridevano allegramente boccioli dagli innumerevoli colori, il maestro e il discepolo cantavano insieme inni al sorgere del sole, simbolo del risveglio della saggezza dopo il lungo sonno dell’ignoranza. Essi ricambiavano gioiosamente i sorrisi che la natura rivolgeva loro, dopo il suo silenzio notturno. Mentre l’alba ancora si attardava sopra la valle, il maestro era solito chiedere al discepolo di sedersi dritto nella perfetta postura della meditazione e di ascoltare i suoi insegnamenti con profonda attenzione. Così, ogni giorno il discepolo assorbiva avidamente le lezioni che cadevano dalle labbra del maestro. Un giorno, tuttavia, il maestro si accorse che il giovane discepolo era distratto e irrequieto, e gentilmente gli chiese: «Figlio mio, oggi la tua mente non è concentrata sulle mie parole e sembra vagare altrove sulle colline. Dimmi, ti prego, il motivo della tua distrazione». Il discepolo rispettosamente rispose: «Venerabile maestro, oggi non riesco a concentrarmi sulla vostra lezione perché la mia mente non fa che pensare al bufalo appena acquistato dalla mia famiglia, che pascola nei verdi campi della vallata». Invece di sgridare il discepolo, il guru gli chiese con calma di ritirarsi nella stanza del silenzio, di chiudere la porta e di non pensare a nient’altro che al bufalo. Trascorse un giorno e il mattino seguente il maestro sbirciò nella stanza del silenzio attraverso una finestrella. Il discepolo stava ancora meditando sul bufalo, così il maestro gli chiese: «Figliolo, cosa stai facendo?». Il discepolo rispose: «Signore, sto portando al pascolo il bufalo nel campo. Volete che venga da voi?». Il maestro rispose: «No, figlio mio, non ancora. Continua a pascolare il tuo bufalo». Trascorse un altro giorno e il terzo mattino il maestro guardò di nuovo nella stanza del silenzio attraverso la finestrella e chiese: «Mio caro ragazzo, cosa stai facendo?». A questa domanda il discepolo, in estasi, rispose: «Celestiale maestro, vedo il bufalo nella mia stanza e gli sto dando da mangiare. Volete che venga da voi con il mio bufalo?». Il maestro rispose: «Non ancora, figlio mio. Continua a visualizzare il bufalo e a dargli da mangiare». Trascorsero altri due giorni di meditazione e visualizzazione del bufalo. Il quinto giorno, il guru parlò nuovamente attraverso la finestrella della stanza del silenzio, dove il discepolo si trovava da solo, completamente immerso nell’estasi. «Figlio mio, dimmi: cosa stai facendo adesso?». Il discepolo muggì, imitando la voce di un bufalo: «Che cosa intendete dire? Io sono il bufalo. Non sono vostro figlio!». Allora il maestro, sorridendo, replicò: «Benissimo, Signor Bufalo. Sarà meglio che usciate dalla stanza del silenzio». Il discepolo, però, non voleva uscire. «Come faccio a uscire da quella porticina?» disse con voce tonante. «Le mie corna sono troppo grandi e il mio corpo è troppo grosso!». Allora il maestro entrò nella stanza del silenzio e fece uscire il “bufalo” dalla sua trance. Il discepolo sorrise nel ritrovarsi a quattro zampe, mentre cercava di imitare l’oggetto della sua meditazione. Poi, dopo un leggero pasto, andò ad ascoltare le parole del maestro. Gli furono poste numerose domande spirituali profonde ed egli rispose a tutte correttamente, come non aveva mai fatto prima. Alla fine il guru osservò: «Ora la tua concentrazione ha raggiunto lo stato perfetto, in cui tu e la tua mente potete essere una cosa sola con ciò che stai studiando».

 

 

Puoi iniziare tu stesso, subito, a diventare una cosa sola con l’oggetto della tua concentrazione. Pratica costantemente. Sia che tu pensi a un grande uomo d’affari e alla sua abilità oppure a Dio, pensa intensamente e concentrati profondamente, fino a sentire che sei diventato quell’uomo d’affari o che sei divenuto Uno con Dio.

 

 

Il santo e il serpente

 

Tanto tempo fa, nei dintorni di un villaggio, viveva un serpente velenoso che uccideva molti bambini con le sue fauci mortali. Ogni tentativo degli abitanti di uccidere quell’astuto rettile era fallito. Così, come ultima risorsa, essi si recarono da un santo che viveva in un luogo isolato. «Santo maestro» gli dissero «vi supplichiamo di usare i vostri poteri spirituali per impedire al serpente di continuare nella sua macabra occupazione di uccidere i nostri bambini». Il santo acconsentì a esaudire la loro richiesta e si recò nel luogo dove viveva il serpente. Con il potere magnetico del suo amore divino lo indusse a uscire dalla sua tana, quindi gli ordinò: «Signor Serpente, smetti di mordere e uccidere i miei cari amici che abitano nel villaggio. Pratica la non violenza». Ripiegando contritamente il cappuccio, il serpente promise di farlo. Il santo si recò in pellegrinaggio e, dopo un anno, si ritrovò a passare nei pressi della roccia dove viveva il serpente. Ricordandosi del suo amico, si chiese se avesse mantenuto la promessa. Con sgomento, trovò il serpente in una pozza di sangue, con il dorso solcato da profonde ferite. Gli chiese cosa fosse accaduto e il serpente, con un filo di voce, gli rispose: «Santo precettore, come risultato dei vostri insegnamenti, ho sette ferite sul dorso. Da quando i bambini del villaggio hanno scoperto che ero innocuo, mi hanno colpito con le pietre ogni volta che sono uscito in cerca di cibo. Sono sempre corso a rifugiarmi nella mia tana, ma ho ricevuto comunque sette ferite. Maestro, prima tutti fuggivano alla mia vista, ma ora, a causa dei vostri insegnamenti sulla non violenza, sono io che devo scappare da loro». Il maestro accarezzò il serpente sul dorso e lo guarì, quindi lo rimproverò con un sorriso, dicendo: «Piccolo sciocco, ti ho detto di non mordere, ma perché non hai sibilato?».

 

 

Quando ti senti oppresso da persone estranee o da amici che vogliono dominarti, non comportarti da smidollato, ma non ferirli neppure con il tuo veleno. Piuttosto, tienili a bada con qualche frase pronunciata con fermezza.

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