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Il tappetino, campo da gioco

Ridefinisci spazio e allineamento della postura attraverso l’uso del tappetino

di Maurizio Morelli

illustrazioni di Eloisa Scichilone

 

Questo articolo è dedicato interamente al migliore amico di ogni praticante yoga: il tappetino. Ci ospita per tutto il tempo della pratica e non chiede nulla in cambio, ma almeno un poco di rispetto e di riconoscenza per questo meraviglioso collaboratore dovremmo averla. Al mio ho dato un nome, riconoscendogli così la dignità della propria identità; contrariamente sarebbe semplicemente un tappetino tra mille altri ma così no, è proprio lui, unico, con quelle piccole aree scolorite là dove le mani, i piedi, le ginocchia o la testa premono più frequentemente, quel vezzo di rimanere sempre un poco arricciato in fondo, quel sentore di caucciù e canapa e quel modo così speciale di aderire al suolo quando lo srotolo. E poi ci sono i segni, quelli li ho fatti io con un pennarello di quelli atossici, ma questo lo vedremo dopo.

 

Anatomia di un tappetino

 

Il campo da giocoSe prendiamo in considerazione esclusivamente la sua fisicità, un tappetino yoga è un pezzo di Pvc, caucciù o altro materiale idoneo, di forma rettangolare, circa 70 cm di larghezza e 170-180 cm di lunghezza, da 3 a 10 mm di spessore. Arrotolato lo si infila senza problemi dietro a un mobile, sotto il letto o in un angolo e lì resta silenzioso e tranquillo, apparentemente inutile. È solo quando lo stendiamo che la sua personalità si manifesta e con essa la sua utilità.

  • Ci isola dal suolo, sia per quanto riguarda la temperatura che la rigidità, ma senza separarci da esso, è una sorta di derma che poniamo tra il nostro corpo e il pavimento, ci protegge senza limitare il contatto ma anzi rendendolo più gradevole, migliorando la sensibilità.
  • La superfice antiscivolo, ad alta aderenza, favorisce la pratica di molti asana e rende la pratica più sicura ed efficace. Questo è uno degli elementi essenziali di un buon tappetino.
  • Segna lo spazio della pratica, lo spazio di cui abbiamo bisogno e al tempo stesso quello che ci serve, è un po’ il nostro “campo da gioco”.

 

Spazio, immagine, sensibilità

 

Lo spazio è una faccenda di estrema importanza, è la dimensione in cui vive il corpo con il suo volume, superficie, peso, altezza, larghezza e spessore; ma è anche una dimensione della percezione e, quindi, della psiche e anche della coscienza, che è in buona parte frutto dell’interiorizzazione dello spazio esterno. L’immagine che ognuno ha di se stesso è in definitiva lo schema olografico della nostra relazione con lo spazio. Questa immagine, definita anche “schema corporeo”, è la percezione tra la coscienza di se stessi attraverso il corpo, l’atteggiamento emotivo e le modalità di relazione con la realtà esterna.

Possiamo definire tre categorie di percezione:

Percezione enterocettiva: informazioni che provengono dall’interno del corpo e che cambiano a seconda delle condizioni delle funzioni vitali.

Percezione esterocettiva: informazioni che ci pervengono dall’esterno sotto forma di stimoli visivi, olfattivi, gustativi, acustici e tattili.

Percezione propriocettiva: definita anche posturale, è quella facoltà che rende possibile conoscere, in tempo reale e anche a occhi chiusi, la posizione del nostro corpo nel suo insieme e nel particolare. Si attiva grazie a una complessa rete di recettori collocati in muscoli, tendini, occhi, orecchi ecc., che interpretano e traducono in azioni le informazioni provenienti sia dall’ambiente esterno sia dall’interno. La rete di recettori è in relazione diretta con la corteccia cerebrale e per questo la sua efficienza non è condizionata esclusivamente da aspetti fisici ma anche psichici; è il motivo per cui una forte emozione o un pensiero ossessivo possono renderci instabili o scoordinati nei movimenti. Possiamo migliorare la percezione enterocettiva con un’alimentazione e uno stile di vita migliore, quella esterocettiva limitando, in base alla nostra sensibilità e possibilità, la permanenza in ambienti disarmonici. Ma è l’aspetto propriocettivo quello su cui abbiamo la maggiore possibilità d’intervento, quello in cui si gioca la partita principale per lo sviluppo dell’armonia interiore e dell’evoluzione creativa. La propriocezione origina da un’interazione tra stimoli esterni e interni e influenza, oltre che lo schema corporeo e la possibilità di posture e movimenti ottimali, anche i nostri atteggiamenti psichici. Un altro elemento importante sta nel rendersi conto di come la precisione e i dettagli dei riferimenti esterni influenzano positivamente la propriocezione.

Tutti i praticanti di yoga hanno sperimentato come le posture di equilibrio, per esempio la Posizione dell’Albero (Vrksasana), riescano meglio se il riferimento visivo è netto e vicino, la luce sufficiente ma non troppo intensa, i piedi nudi e la base d’appoggio stabile. Sono osservazioni ovvie, è un fatto, ma allora perché non mettere a frutto queste considerazioni anche rispetto al tappetino. Torniamo così al punto di partenza, ma con le idee molto più chiare.

 

Crearsi il proprio spazio

 

La prima idea che ci viene osservando il nostro tappetino è quella del limite. L’alchimia dello yoga avviene interamente all’interno dei suoi confini, che delimitano uno spazio reso sacro dalla nostra concentrazione. Le dimensioni sono molto ridotte, lo yoga è sempre molto economico, ma al loro interno c’è un’immensa potenzialità, quella della trasformazione della coscienza. Cambiando la prospettiva, quello che un attimo prima appariva come limite si trasforma così in opportunità; a noi sfruttarla al meglio, perché anche una piccola opportunità può essere trasformata in una grande occasione. Per raggiungere l’obiettivo è conveniente creare dei riferimenti precisi sul tappetino, che delimitino direzioni e distanze, al fine di migliorare la propriocezione e, di conseguenza, la consapevolezza. Durante la pratica, il tappetino diviene il nostro Universo.

 

Tracciare il campo da gioco

 

Il processo di adattamento e personalizzazione del tappetino richiede non più di 5 minuti, e avviene attraverso la definizione di segni in proporzione con le proprie caratteristiche fisiche e attitudini. I vantaggi sono davvero molto rilevanti.

Il primo segno è una riga diritta che divide lo spazio in due part uguali nel senso della lunghezza. Ci aiuta a trovare una posizione centrale quando siamo disposti nella sua stessa direzione e a verificare la posizione dei piedi o di altri segmenti corporei quando siamo disposti in senso opposto. Per esempio, nei triangoli è frequente trovarsi con il tallone troppo aperto o chiuso rispetto all’alluce del piede opposto; questa prima linea permette un’autocorrezione immediata.

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Il secondo segno è una riga nel senso della larghezza, a circa 20-30 cm da un estremo del tappetino. È molto utile nell’esecuzione del Saluto al Sole e numerosi asana, a indicare il punto di partenza e, soprattutto, verificare l’allineamento dei piedi e, quando serve, delle mani.

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Il terzo segno lo otteniamo sistemando la punta dei piedi sul secondo segno ed eseguendo Balasana (Posizione del bambino), con le braccia distese. Se da qui puntiamo i piedi, come per assumere Adho Mukha Svanasana (Posizione del Cane a testa in giù), troviamo il riferimento per tracciare una seconda linea nel senso della larghezza, appena sopra l’articolazione dell’alluce. Questo terzo riferimento è molto utile per avere una distanza precisa nella realizzazione della Posizione dell’Affondo, la quarta serie del Saluto al Sole, e per avere la distanza precisa tra punta dell’alluce di un piede e tallone dell’altro in tutti gli asana come i Triangoli, i Guerrieri ecc.

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Il quarto segno (in realtà sono 2) è utile per la posizione quadrupedica, in cui sia arti superiori sia cosce devono trovarsi perpendicolari al suolo. Possiamo segnare due cerchi per i punti delle ginocchia, mentre le mani avranno per riferimento una delle linee trasversali.

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Un ulteriore arricchimento lo si ha segnando la posizione anteriore delle mani e due posteriori per i piedi, una con gambe aperte e una a gambe chiuse. Questo è utile soprattutto nell’esecuzione di Adho Mukha Svanasana (Posizione del Cane a testa in giù). Questa posizione è fondamentale e, inoltre, essendo spesso usata come momento di passaggio in molte sequenze, viene ripetuta con grande frequenza.

 

Da leggere salute con yoga libro

 

Maurizio Morelli, La salute con lo yoga, Red Edizioni, € 30,00

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