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Impara la consapevolezza

Accendi la luce della consapevolezza sulle ombre delle emozioni profonde. Ti sentirai leggero, libero e senza paura

di Sally Kempton

Illustrazione di Sarah Wilkins

 

Impara la consapevolezzaSono a passeggio in un parco, e sento una mamma che rimprovera il figlio di 5 anni: si è versato gran parte del gelato sul maglione. Il tono è irritato, ma quello che più mi coglie di sorpresa sono le parole: «Devi essere più consapevole», soprattutto perché il bambino, guardandola, sembra comprendere cosa voglia dire. Le parole “essere consapevole” fanno parte del lessico del terzo millennio, quasi come “Fico!”. Comunemente, utilizziamo la parola coscienza o consapevolezza per descrivere qualsiasi cosa, dal prestare attenzione ai movimenti quotidiani alla ricerca della vera identità, fino alla conoscenza dell’intelligenza cosmica. Dalla fine degli anni ’60 ad oggi, la frase “essere cosciente” è stata un codice che comprendeva un insieme di concetti: dall’ambientalismo all’azione politica, dalla responsabilità sociale alla sensibilità nei confronti di razze, generi, culture differenti. Recentemente ho anche notato come sponsor di un evento yoga la “Conscious Investing”, un’azienda d’investimenti finanziari. Per non parlare dei vari “Yoga consapevole” delle scuole. La consapevolezza è diventata un marchio.

 

Il viaggio della coscienza

 

Per i saggi Vedanta indiani e per molti antichi yogi, il senso della consapevolezza era il punto di entrata alla scoperta della verità, e anche lo strumento attraverso cui risvegliarla. Ma, così come cambia l’identità dell’essere umano nel corso della storia, si evolve di conseguenza l’ideale yogico di coscienza. Quando cominciai il mio viaggio interiore negli anni ‘70, ad esempio, lo yoga e la psicologia sembravano opposti l’uno all’altra. La psicologia si curava della coscienza privata dell’individuo, lo yoga di quella eterna. Ma nel corso degli ultimi 40 anni ci siamo resi conto che il percorso della consapevolezza richiede un risveglio a ogni livello, non solo quello divino, ma anche quello mondano. Nella vita, poi, si arriva a un punto in cui il sentimento di insofferenza diventa insopportabile; abbiamo bisogno di investigare sui nostri modi di pensare e di affrontarli come un’opportunità per guardare verso nuove prospettive.

 

Il punto d’inizio

 

Il punto cruciale per affrontare un viaggio verso la consapevolezza è quando ti rendi conto che i tuoi stati emotivi e i tuoi modi di pensare alterano l’esperienza del mondo. Rabbia, negatività, mancanza di autostima, apatia, difficoltà di relazionarsi con gli altri sono sentimenti che alterano la qualità della vita. Non voglio suggerire l’idea New Age che, indirizzando pensieri carichi di intenzioni positive, la tua vita diventerà un dolce veleggiare. È un atteggiamento che può dare molta energia, ma non assicura che tutto si risolverà nella maniera desiderata. E neanche voglio dire che tutto quello che di spiacevole accada sia frutto di cattivi pensieri o errori karmici del passato. Siamo intrappolati in una rete di storie, culture, condizioni socio-economiche che controllano il nostro destino in una maniera profonda, che va al di là della nostra capacità di cambiare. Ciononostante, i percorsi della vita che ci hanno portato a questo punto partono da storie antiche. Lo yoga, la meditazione, la psicoterapia e un certo tipo di pratica fisica sono utili per cominciare una ricerca interiore, almeno per osservare dall’esterno questi percorsi. Ma il nocciolo per la vera libertà è la tua indagine su ciò che si manifesta sulla superficie della mente e degli stati emotivi. Altrimenti, sarai destinato a rimanere alla mercè del tuo inconscio; non solo fino al momento in cui imparerai a fermare i pensieri che ti causano sofferenza, ma soprattutto fino a quando ti libererai delle motivazioni profonde che continuano a replicarli e proiettarli sul mondo. Carl Gustav Jung, pioniere della psicologia moderna, descrisse il fenomeno della proiezione, ossia la tendenza a trasferire su altre persone le proprie motivazioni interne, che non si vogliono rivelare alla propria coscienza. È una maniera indiretta per farle vivere su di sé. Un testo molto sofisticato dell’era Vedanta, lo Yoga Vasishtha, recita «La tua visione crea la realtà». Cosa ormai consolidata nella moderna neuroscienza. Il mondo ti appare attraverso dei filtri che si sono formati nella mente, non tanto le storie della tua vita, ma le energie positive o negative che si sono sedimentate. Queste danno un senso alla realtà e continuano a creare circostanze esterne che rispecchiano le tue aspettative e credenze. E qui viene il bello del percorso verso la consapevolezza. Se lo percorri e cerchi di prestare attenzione alla parte da te giocata nel processo, la consapevolezza ti renderà libero.

 

Una lunga arrabbiatura

 

A volte è meglio vedere queste situazioni nella pratica. Molti anni fa ho lavorato con un uomo indisponente che mi faceva molte pressioni e denigrava il mio lavoro. Io rispondevo in maniera difensiva e dopo poco tempo diventai come un cane che ha paura dei botti. Ne risentì il mio lavoro, ma ancor più la mia autostima. Mi domandavo «Perché quest’uomo non mi mostra rispetto?». Dopo un po’ cominciai a prevedere i suoi sbalzi di umore e usai la persuasione e la gentilezza, tattiche che i deboli hanno perfezionato per secoli per confrontarsi con gli arroganti. Ho imparato molto da tale esperienza, ma per un lungo periodo di tempo, quando pensavo a quella persona, sentivo un forte risentimento. Alcuni anni fa incontrai un’amica di quel periodo e, parlando insieme di quella esperienza di lavoro e delle brutte emozioni che mi suscitava, lei mi chiese: «Cosa avresti potuto fare?». Forse la risposta doveva essere: «Rimanere me stessa», ma d’istinto mi uscì: «Riderci su». Se fossi stata capace di trattare quell’uomo indisponente con leggerezza, le tensioni tra noi sarebbero scemate. Cosa mi ha bloccato dall’avere questo atteggiamento? Un mucchio di rigidità e paure mai analizzate nei confronti dell’autorità, insieme a sentimenti di svalutazione di me stessa, che ribollivano nella mia coscienza, non aspettando altro che un qualsiasi prepotente che li riattivasse. Il problema più importante è che una parte di me credeva che se fossi diventata abbastanza vittima, un’autorità superiore alla mia, un adulto o forse Dio stesso, sarebbe venuto in soccorso. Aspettavo un deus ex machina, anziché prendermi la responsabilità di lavorare sui percorsi mentali che mi avrebbero portato ad un cambiamento.

Non mi fraintendete, non voglio dire che il mio capo non fosse presuntuoso e prepotente e che io mi meritassi il suo trattamento, perché non avevo ancora la forza per superare le circostanze. La cosa fondamentale è che appena mi sono resa consapevole della mia co-responsabilità, della dinamica mentale cha ha dato seguito agli avvenimenti, ho smesso di essere arrabbiata. La questione vera era il percorso interno che mi portavo dentro e il bisogno di portarlo fuori dall’oscurità del subconscio, osservarlo e, per dirla con Jung, integrarlo. Uno dei principi della consapevolezza è che la vita che manifesti all’esterno riflette quella interna. Ogni volta che ti senti offesa da un fidanzato insensibile o arrabbiato per un automobilista aggressivo, stai mostrando una parte della tua ombra. Se sei consapevole dei percorsi che ti rendono offeso o arrabbiato allora non te la prenderai con queste situazioni o persone. Una volta sperimentata questa verità, la smetterai di biasimare chi ti sembra che ti renda infelice, compreso te stesso. Questo è un percorso di guarigione.

 

Mostri e Ombre

 

Nella mia esperienza, la pratica più efficace per lavorare con le emozioni profonde è attraverso l’osservazione del corpo. Questo ti permette di sentire con maggior forza le cause stratificate, molto più di qualsiasi metodo che usi solo il linguaggio e si direzioni solo sul piano mentale. Le emozioni sono nascoste nel corpo, nell’energia, alloggiano nel cervello e nei muscoli. Quindi portare la consapevolezza a illuminare l’ombra dei tuoi sentimenti, sentirli somatizzati e riconoscerli, ti permetterà di lasciarli andare. Sarà come accendere una luce al laser e osservare dove si manifestano le paure e i risentimenti che ti affliggono. Nel petto, nella gola, nell’intestino, un blocco alla schiena: che reazione ti appare (pianto, rabbia, malinconia)? Quando l’hai già vissuta? Un grande saggio del XVIII secolo, Shankarayachaya, una volta disse che così come un incendio può bruciare una foresta millenaria, un momento di illuminazione può bruciare le cattive abitudini di una vita. Coscienza e consapevolezza hanno questo potere. A volte ci vogliono mesi o anni per vivere quel momento e spesso accade quando non lo stai cercando. In quel momento accade un cambiamento che apre il cuore, la gola, qualsiasi angolo in cui quell’atteggiamento alloggi fermando la tua energia. Quando impariamo a riconoscere questi atteggiamenti impariamo a liberarli; e i mostri e i draghi si rivelano per quello che sono, delle ombre. Ed è come se non ci fossero mai stati.

 

Le quattro verità per diventare consapevole

  1. Le emozioni profonde alterano l’esperienza della realtà.
  2. Nessuno (amici, partner, genitori o chiunque ti infastidisca) può cambiare il tuo stato interiore, se non in maniera transitoria.
  3. La voglia di liberarsi dai percorsi che generano sofferenza è costantemente messa in pericolo dagli stati emotivi del tuo inconscio. Aspettative, credenze, traumi, paure che sono nate nella tua infanzia…
  4. Il momento per liberarti di tutto questo è sempre adesso.

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