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In assenza di gravità

Antigravity Yoga: una disciplina che utilizza una sorta di amaca sospesa, per librarsi in aria eseguendo asana comodi e confortevoli

di Bice Mattioli

Antigravity«Sono nato atleta e volare è sempre stato il mio sogno»: con queste parole Cristopher Harrison esordisce nel descrivere il suo lungo percorso. Atleta professionista di ginnastica a cropo libero, ha partecipato ai campionati mondiali del ‘77 e del ’78, raggiungendo 2° e 4° posto nel corpo libero.

Poi, a fine carriera, 10 anni più tardi, fonda una compagnia di danza acrobatica, Antigravity®, che nel tempo si è ritagliata un’identità impor tante nel mondo del teatro e anche come supporto a eventi o video. Da qualche anno Cristopher ha ampliato la sua visuale anche allo yoga.

 

L’evoluzione

«Essere atleta significa anche saper sopportare molte fatiche e seguire la propria passione fino in fondo – spiega Cristopher Harrison – Indipendentemente da infortuni, sconfitte o invecchiamento, continui ad amare quello che fai. Quando ho terminato la mia carriera professionale, ho voluto creare un gruppo di atleti che potessero esprimere il loro potenziale tecnico anche attraverso la danza. Insieme ad altri ginnasti, ho cercato modelli di allenamento che fossero differenti e innovativi. Mi sono specializzato anche in danza contemporanea, conseguendo una certificazione. In seguito, ho ideato movimenti che fossero funzionali per i ballerini che hanno una struttura muscolare di atleti. Così e nata la compagnia di danza Antigravity. La nostra missione è: sfidare la gravità per ispirarsi alla leggerezza». Gli attrezzi per “rimanere in volo” sono stati introdotti successivamente. «Intorno al 1994 – racconta Cristopher Harrison – abbiamo studiato un tessuto par ticolare, morbido e molto resistente che, attaccato a funi simili a quelle per scalare, crea la base dell’hammock, un ibrido tra un trapezio un’amaca, che si libra a 9 metri da terra. In quegli anni, abbiamo cominciato a fare performance e molti atleti ballerini che erano con me si accorgevano che stava accadendo qualcosa di speciale. Esercitarsi su questi trapezi rendeva gli addominali e i muscoli bassi della schiena molto forti e le posizioni invertite risultavano molto piacevoli, senza dover forzare la cervicale in alcun modo. La sensazione era quella di sentirsi molto freschi e vigorosi. Utilizzavamo i trapezi come una forma di allenamento e riscaldamento molto efficace soprattutto prima degli spettacoli in palcoscenico. Abbiamo provato anche con speciali scarpe antigravità e con corde simili a quelle del bungee jumping, ma l’amaca è quella che risulta più versatile e sana».

 

Il connubio con lo yoga

Antigravity«Nel 1996 sonoa andato con la mia compagnia in India – continua Cristopher – e siamo stati a studiare yoga in un centro ayurvedico per 3 set timane. Eravamo entusiasti di avere incontrato questa disciplina e ci è sembrato che fosse una “ginnastica” rivelatrice. Anche se siamo atleti professionisti, lo yoga ci ha dato nuova energia, più allungamento muscolare e più flessibilità nella spina dorsale. Inoltre, abbiamo compreso meglio anche gli stati emotivi collegati agli asana. Come atleti siamo molto competitivi, grazie allo yoga abbiamo imparato a lavorare per noi stessi e per le nostre emozioni. La cosa più importante, è che quando lavori devi essere sempre presente in quel momento e in quel luogo. Nessun record, nessun avversario, nessuna ansia da performance.  Anche nelle competizioni sei concentrato su un preciso punto, ma in una classe di yoga quel punto si espande per tutta la durata della lezione. Questo dà una sensazione di pratica molto più intensa, nonché senso di longevità». Il connubio dell’Antigravity® con lo yoga è avvenuto in tempi successivi. L’amaca, per anni, è stato solo uno strumento per la preparazione di altleti e ballerini, mentre lo yoga per Cristopher era soltanto una pratica personale. Per circa 6 anni, infat ti, ha studiato Hata Yoga presso l’Integral Center di New York. Dopo un po’ di tempo, ha pensato a una forma che potesse legarli insieme e quindi ha ideato un adattamento. «Antigravity ® si esegue ad altezze molto elevate, dove non si tocca mai terra – spiega Cristopher – Nello yoga, invece, si utilizza l’amaca all’altezza del bacino, così distribuisce il peso tra il pavimento e l’attrezzo stesso. Si crea una dinamica diversa che permette di fare evoluzioni molto interessanti. L’amaca tende a far ti elevare, ma il peso del corpo ripor ta sempre a terra. È nel bilanciamento delle due forze che si sprigiona la forza di Antigravity®. È anche un modo per sperimentare forme perfette di asana. Ci sono diverse posizioni che non si possono tradurre nel nostro metodo, ma molte sono state adat tate per fet tamente, persino il Saluto al Sole con il Cane che si stira “volante”. Facciamo tutto, pranyama e rilassamento. Cominciamo la lezione in una posizione detta “bozzolo” (che è anche quella di chiusura della sessione). Quando si è lì non si ha né passato né futuro, si è nel momento presente e si ritrova se stessi».

 

Disciplina eclettica

AntigravityNella pratica di Antigravity® si riscontrano le stesse problematiche e controindicazioni legate alle inversioni. Per esempio, sono sconsigliate se si soffre di pressione alta o glaucoma e per le donne incita. Altrimenti, è una tecnica aperta a tutti e per ogni età. Cristopher ho avuto anche allievi disabili. Il vantaggio principale di questo approccio consiste nel lavorare sull’allungamento naturale della colonna vertebrale, senza alcuno sforzo, in totale rilassamento e ciascuno al proprio ritmo. «Purtroppo – prosegue Cristopher Harrison – la comunità yogica ci percepisce solamente come l’ultima moda e, spesso, non veniamo presi sul serio. In ogni caso, c’è molta curiosità per questo nostro approccio agli asana e, una volta provato, anche i più tradizionalisti e restii escono dalla prima lezione di Antigravity® Yoga soddisfatti e con un gran sorriso. È una tecnica consapevole della natura del corpo: lo percepisce nel suo complesso, lo accudisce e cerca di utilizzarlo al meglio per un’esperienza spirituale. Esattamente come qualsiasi altro stile di yoga». Anche per questo metodo è previsto un percorso per diventare insegnanti. «Ci sono diversi requisiti – spiega Cristopher – per aprire un centro Antigravity®. Innanzitutto, è necessario avere uno spazio con dimensioni e strutture adatte per poter fissare al soffitto le hammock. Inoltre, cerchiamo di qualificare e formare insegnanti a diversi livelli, in linea con le nostre specifiche tecniche di metodo e sicurezza. Gli interessati, però, devono avere già conseguito una certificazione come insegnanti di yoga (o pilates), ma non solo, devono anche conoscere e avere esperienza di anatomia e fisiologia. L’idea è di espanderci come nuovo stile di yoga. A New York, per esempio, ci sono sei scuole che si stanno già ampliando. Italia e Germania sono i primi Paesi che ci hanno contattato (grazie anche a Yoga Journal Italia)».

 

Volare senza rete

«Siamo una confederazione di ballerini, ginnasti e “arealisti”», con queste parole Cristopher Harrison descrive la compagnia Antigravity® da lui fondata nel 1990 (www.anti-gravity.com). Lo stile che, agli occhi dello spettatore, sembra quello di un gruppo di super eroi usciti da un fumetto della Marvel, è quello di atleti che con leggerezza e atleticità disarmante sfidano le leggi della gravità. La loro attività si orienta alla produzione di spettacoli originali e anche come supporto di produzioni teatrali, cinematografiche e concerti (come Cats, Footlose, Mariah Carrey e Britney Spears). Le loro evoluzioni hanno aperto anche i giochi olimpici invernali di Salt lake City (2002) e la festa dell’insediamento del presidente americano Barak Obama.

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