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L’impermanenza

l’ingrediente per sentirsi liberi

di Stefano Bettera

 

Illustrazione di Adriana Farina

 

( estratto da libro “Felice cone un Buddha”)

 

 

C’è una storiella su un tale che rideva sempre di sua moglie ma, sapendo che era un po’ permalosa e non amava molto le critiche, cercava comunque di trattenersi. Un giorno il marito inizia a rendersi conto che la donna sta diventando un po’ dura d’orecchio perché non risponde più alle sue domande. Indeciso sul da farsi, si reca da un medico per chiedere consiglio. Il medico gli suggerisce di provare a farle alcune domande senza incrociare il suo sguardo e di avvicinarsi a lei gradualmente, per capire il suo livello di sordità. Prima da sei metri di distanza, poi da tre, infine da molto vicino. L’uomo torna a casa rassicurato e trova la moglie ai fornelli intenta a preparare. Così, senza guardarla le domanda: “Cosa c’è per cena stasera?”. Nessuna risposta. Allora si avvicina un po’, sempre più convinto della sordità della moglie, e ripete la domanda, di nuovo senza ottenere alcun cenno. Spazientito le si mette proprio dietro alle spalle e urla: “Insomma, mi hai sentito? Cosa c’è per cena?”. A questo punto la moglie si gira, lo fissa negli occhi e gli dice: “E sono tre: pollo con le patate!”.

 

QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA

Questa storia ci mostra come spesso siamo istintivamente propensi a giudicare con severità situazioni e comportamenti che semplicemente esulano da ciò che non coincide con quello che è il nostro punto di vista. Le nostre vite sono inevitabilmente costellate da vari sentimenti, sia negativi che positivi: successo e perdita, tristezza e gioia, fatica e ottenimento, divertimento noia e ansietà vanno e vengono continuamente. Salgono e scendono sull’altalena della nostra mente. Di fatto, cercando di evitare o sopprimere quelle emozioni che consideriamo “difficili”, non facciamo altro che portare ulteriore sofferenza nella nostra vita. Nella tradizione buddhista, specialmente quella Zen, si fa spesso ricorso a stratagemmi come questo per mostrarci come l’aggrapparci a quei pensieri che generiamo continuamente è il proprio il modo in cui da soli complichiamo le cose. E creiamo così la nostra sofferenza. In fondo, il cuore della pratica sta proprio qui, nell’evitare di mettere il carico da 90 sulle situazioni e nel cercare di guardare la realtà per quella che è, indipendentemente dalla narrazione che facciamo nascere nella nostra mente e dal giudizio che esprimiamo continuamente e in modo meccanico su tutto.

 

ROMPERE LA CATENA DEI GIUDIZI

Un grande maestro buddhista theravada della tradizione dei monaci della Foresta in Thailandia, diceva sempre “giusto ma non vero, vero ma non giusto” per aiutare i suoi discepoli a spezzare la catena dei pensieri giusto/sbagliato – vero/falso – io/mio – noi/gli altri, che ci tiene agganciati alla nostra personalità e frena la libertà di sperimentare, di essere aperti, di godere del tempo che abbiamo e di tutte le esperienze, comprese quelle negative. I nostri giudizi su un episodio o un comportamento possono essere anche molto severi perché nascono magari dalle nostre più ancestrali paure o incertezze o ferite mai del tutto rimarginate, che abbiamo subito in esperienze passate e che si ripresentano puntuali ogni volta che di fronte a noi va in scena uno spettacolo che ce le ricorda: “ecco, anche questa volta ho dimostrato che non sono all’altezza”, oppure “ce l’hanno tutti con me e non sono capace di farmi capire”. “Non è giusto”, “non dovrebbe essere così”, “non me lo merito, proprio io che sono una persona così gentile”: la catena è interminabile e in questo modo perpetuiamo la nostra sofferenza infliggendoci una botta dietro l’altra in un circolo vizioso interminabile. Perché è radicato nel profondo della nostra personalità, in ciò che crediamo essere vero di noi stessi, in ciò che proiettiamo a noi stessi come immagine del nostro “vero io”.

 

TUTTO SORGE, TUTTO CESSA. EVVIVA!

Siamo fatti così, è la nostra programmazione: la nostra mente giudica, seleziona, sceglie continuamente ciò che è buono per noi e allontana ciò che considera cattivo. Ma una via d’uscita c’è. Nel buddhismo si parla di Anicca o “impermanenza”, che significa che la vita, come la conosciamo, è in costante movimento. Esattamente come i pensieri sono costruzioni della nostra mente e vanno e vengono come le nuvole nel cielo, allo stesso modo è la personalità. Nessuno resta per sempre inchiodato a ciò che è o al comportamento che ha avuto in un determinato momento.

 

APRITI

Cerca di non fissarti sull’idea di avere qualcosa che non va. Arriva a riconoscere che morte, invecchiamento, malattia, sofferenza e perdita fanno parte della vita. Pratica l’accettazione di fronte al dolore. Smetti di aggrapparti all’idea che la vita dovrebbe essere facile e indolore, sia dal punto di vista emotivo che da quello fisico: cerca di abbracciare l’imperfezione, accantonando l’idea che la vita dovrebbe essere in un certo modo. Apri il tuo cuore all’incertezza e non ti giudicare

 

LA FELICITÀ? NON LA CERCARE

È naturale che credere a una ricetta sbrigativa per raggiungere la felicità è semplicistico, oltre che presuntuoso. Ma, come si suol dire, ogni cammino è iniziato con un semplice passo. E questo passo spetta solo a noi. Senza aspettare di aver scoperto le tante millantate profonde verità della natura umana. Come ha detto una volta Woody Allen: “Mi stupisce che qualcuno voglia conoscere l’universo quando è già così difficile orientarsi a Chinatown!”.

 

Prova la pratica della meditazione sull’Impermanenza

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