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Lo smartphone, il tuo maestro

Il nuovo libro di Paolo Subioli, autore del blog Zen in the City

Far crescere la consapevolezza in un mondo dove la tecnologia mobile impera.

Ne parliamo con Paolo Subioli, autore di un manuale sull’argomento

 

di Bice Mattioli

Nello yoga, mente e corpo sono la stessa identità. Oggigiorno l’uso quotidiano dei media digitali entra in maniera prepotente all’interno di questa partnership tra mente e corpo, sconvolgendone gli equilibri. Il caso più banale: le ore al computer provocano contratture muscolari che ci affliggono per mesi. Ma proviamo a vedere invece come con una mente consapevole, possiamo trovare beneficio da questa esperienza quotidiana.

 

Yoga Journal Il libro introduce un’ osservazione che diamo per scontata nella quotidianità. La digitalizzazione, e in particolare l’uso degli smartphone, hanno cambiato la mente individuale e collettiva. Ci puoi fare degli esempi di questa “deformazione” che possiamo osservare nel quotidiano?

PAOLO SUBIOLI La mente umana si è costantemente evoluta nel corso della storia e questo è solo l’ennesimo cambiamento. Quando i primi ominidi hanno cominciato a servirsi di bastoni o di ossa per usarli come armi, la mente umana ha fatto il primo salto, perché ha cominciato a incorporare oggetti esterni nelle sue funzioni. Poi sono arrivati i mezzi di trasporto, il linguaggio, la scrittura, le storie e le immagini. La nostra mente si è sempre appoggiata all’esterno e così sta facendo adesso. Il cambiamento oggi è molto radicale. Si pensi a come cambiano i rapporti tra genitori e figli grazie allo smartphone, un oggetto che incide fortemente sulla fase di sviluppo nell’età evolutiva, perché rende il bambino meno autonomo, ma lo dota anche di strumenti molto potenti. Si pensi a come incide nei nostri processi cognitivi la disponibilità continua di servizi come Google, Wikipedia, ma anche la messaggistica istantanea o le mappe online.

Oggi la comunicazione è globale, avviene prevalentemente per immagini e ne vengono prodotte ogni anno migliaia di miliardi. Se parli di deformazione, basta che osservi la tua stessa mente: rispetto a 10 anni fa avevi la stessa capacità di concentrazione? Questo tipo di “evoluzione”, se lasciata scorrere inconsapevolmente può nutrire danni, ma può diventare un’opportunità se unita alla mindfulness (da qui l’idea di un libro dedicato).

YJ Cosa ci insegna la consapevolezza rispetto al mondo digitale?

PS Il mio ragionamento è molto semplice. Il buddhismo ci ha insegnato a prenderci cura della mente per porre fine alla sofferenza, perché generata dalla mente stessa. Se oggi parliamo della mente, non possiamo considerarla separatamente dai media digitali. Se parliamo della mente senza tenere conto che esistono YouTube, Google Maps e Whatsapp, non stiamo parlando della mente contemporanea, ma di una mente astratta, che non esiste.

 

YJ È in questo senso che hai scelto il titolo del libro? La consapevolezza di essere (e non potere altrimenti) in un mondo digitale, può fare dello smartphone il tuo maestro?

PS Sì, il titolo non è ironico, come molti credono. Se lo smartphone è parte integrante dei miei processi mentali, non posso considerarlo come qualcosa di separato. Non dobbiamo idolatrarlo come oggetto né demonizzarlo. Possiamo imparare molto osservando il rapporto che abbiamo coi media digitali e usarli come chiavi per capire meglio la realtà.

 

YJ Nella seconda parte del libro osservi 8 passaggi di cambiamento, che la mente vive in questi tempi, su cui costruisci un percorso di consapevolezza, analogamente all’ottuplice pensiero della filosofia buddhista

PS Indovinato! Il numero non è casuale, si riferisce proprio a quello, anche se è solo implicito. Non mi sognerei mai di paragonarmi a quel geniale maestro che è stato il Buddha. La scelta è stata solo un gioco, ma gli 8 punti sono seri. È una suddivisione in 8 aree dei problemi che oggi dobbiamo fronteggiare a causa del digitale. Sono la “distrazione”, che si capisce da sola. Poi la “disincarnazione”, ovvero il dimenticarci di avere un corpo quando siamo completamente immersi in un’attività online. Poi l’ “iperattivismo”, che è la tendenza compulsiva a fare sempre qualcosa, o perfino a tentare di fare più cose contemporaneamente. Segue l’”ipernutrizione”, ovvero la tendenza a sovraccaricare di contenuti la nostra mente, senza selezionarli più di tanto; la “virtualizzazione”, cioè il processo di graduale realizzazione di un’immagine virtuale della realtà e di noi stessi. Poi la “precarietà”, che in un mondo dominato dai media digitali è più la norma che l’eccezione. Poi il “soluzionismo”, che è la tendenza a credere che grazie alla tecnologia sia possibile trovare una soluzione a qualsiasi problema o difficoltà. Infine la “nudità”, ossia la condizione nella quale ci troviamo quando internet rompe le barriere rassicuranti della nostra sfera intima, privandoci di ogni protezione che ci faccia sentire al sicuro. Per ognuna di esse propongo anche soluzioni positive, per trarre dal digitale il meglio che ci può offrire, individualmente e collettivamente.

 

YJ I cambiamenti elencati non hanno una specifica gerarchia e di conseguenza anche il percorso di mindfulness proposto. Puoi però farci un esempio di uno che ti sembra più rappresentativo e delle relative conseguenze?

PS Partiamo dalla “nudità”. Oggi la privacy è una pura utopia, perché tutto di noi è tracciato online e diventa accessibile in un modo che spesso non possiamo controllare. Questo può avere conseguenze tragiche, come nei casi delle ragazze che ingenuamente inviano ad amici video in situazioni intime, per poi finire preda di un linciaggio digitale di massa, a forza di condivisioni. Ma questi casi possono anche insegnarci a rendere la condivisione un atto consapevole, informato, non impulsivo. Inoltre la trasparenza che il digitale ci impone, seppure mal digeribile, è uno stimolo a comportarci rettamente, senza mai voler nascondere nulla. Per questo io parlo di “karma digitale”.

 

YJ Cosa intendi?

PS “Karma” è un termine sanscrito che significa “azione” e che, nelle tradizioni spirituali indiane, rappresenta il motore che da origine al ciclo continuo di cause ed effetti. Il karma può essere inteso come la somma di tutte le azioni che compiamo, nell’ambito delle quali dobbiamo includere anche le parole che pronunciamo e i pensieri che formuliamo, perché le tre cose sono inseparabili e tutte hanno degli effetti sugli altri, in una catena senza fine. Quando moriremo, il nostro karma ci sopravvivrà, perché la catena di cause ed effetti protrarrà nel tempo le conseguenze delle nostre azioni, parole e pensieri. Il karma è dunque la nostra rappresentazione nel mondo, un alter ego che si distacca da noi ed esiste in modo autonomo.

È così anche in rete: ogni cosa che facciamo online lascia tracce indelebili (chiunque può archiviare e riutilizzare le informazioni che abbiamo veicolato), che provocano conseguenze negli altri e nel mondo, senza che possiamo più controllarle.

È il nostro “karma digitale”, il quale si manifesta in tre forme:

causa-effetto: ogni azione che compio online (anche il solo accesso a una pagina web) ha conseguenze che si propagano nel tempo e nello spazio, delle quali non posso avere il controllo;

eredità: una conseguenza del primo punto è che non posso sfuggire alle conseguenze delle mie azioni, anche a distanza di tempo e anche dopo la mia scomparsa;

identità: l’insieme dei dati online che mi riguardano mi restituisce un’immagine di me stesso, alla quale non devo attaccarmi, né posso rifiutare, ma che può essere un importante punto di riferimento.

In questo contesto, l’unica scelta reale che ci resta è quella di fare molta attenzione a quello che scriviamo o facciamo online, per non doverci mai vergognare o pentire di nulla.

 

YJ Il fatto di essere da anni coinvolto nella pratica della meditazione, e come professionista nel mondo del digital marketing, ha fatto in modo che questa esperienza del libro diventasse una tua personale “rieducazione” nell’utilizzo dei media digitali?

PS Sì, certo. Avere a che fare con questi media è una continua scuola, perché le novità si susseguono a un ritmo impressionante, e di volta in volta siamo chiamati a scegliere. Lo smartphone esiste solo da 10 anni e siamo in 2,3 miliardi a utilizzarlo tutti i giorni. Nessuno ha abbastanza esperienza per adottare automaticamente comportamenti saggi. E chiamarsi fuori, come qualcuno vorrebbe fare, è impossibile. Oltre tutto, per noi cresciuti nel XX° secolo, sono veramente tante le abitudini mentali che nostro malgrado dobbiamo abbandonare.

La pratica ci può aiutare molto in questo.

 

5 ATTEGGIAMENTI MINDFUL

 

  1. Scegli una app (ad esempio Whatsapp, il browser o l’email) e adottala come “campana di consapevolezza”: ogni volta che la apri, fermati e concentrati sul tuo corpo per la durata di tre respiri.

 

  1. Per non essere una persona che in rete prende solo, senza mai dare nulla in cambio, prendi l’abitudine di lasciare anche tu rating e recensioni sui ristoranti dove mangi, i film e le serie che vedi, i negozi che frequenti, gli articoli che compri online.

 

  1. Regala al tuo partner il codice di sblocco del tuo telefono e le password dell’email e dei social. La vostra relazione verrà sigillata da un rapporto di totale fiducia, senza riserve.

 

  1. Stabilisci in famiglia quali sono le “zone franche” nelle quali i dispositivi digitali sono banditi, come ad esempio a letto, a tavola, mentre passeggiate insieme.

 

  1. Quando è il compleanno di una persona amica, piuttosto che farle gli auguri sui social, usa il telefono per chiamarla.

 

“Ama  il tuo smartphone come te stesso” di Paolo Subioli

Red Edizioni – 190 pagine,  €12,00

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