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Non solo kirtan

La storia di 6 valori dell'esperienza umana, attraverso 6 brani musicali

di Guido Gabrielli

 

Se io fossi Atman e Braham – la realtà ultima di ogni cosa, che non è che la realtà ultima in quanto tale – insomma il Signore eterno e immanente del Cosmo, tra le prime azioni che compirei sarebbe quella di compilare delle liste di brani musicali definitive e insindacabili. Oggi ne introduco 6 per la categoria “Il sacro dell’esperienza umana”. Sono stati scelti per il loro valore musicale e la storia che hanno rappresentato nella nostra cultura del secondo millennio in Occidente e perché sanno farci amare quella adorabile “fallibilità” che ci rappresenta.

 

 

IN A SILENT WAY

MILES DAVIS, 1969

https://www.youtube.com/watch?v=MMINC9EOZME

Il brano comincia con un accompagnamento grave e continuo, creato dal contrabasso suonato con l’archetto, su cui s’inserisce la melodia molto esile, suonata dalla chitarra, di John McLaughlin. Miles Davis era stato chiaro: gli spazi musicali dovevano essere ampi, lunghi, per lui erano quasi più impor- tanti i silenzi. L’immagine sonora di questa Strada Silenziosa doveva essere molto sottile, quasi fragile. Tanto da chiedere esplicitamente a John McLaughlin di suonare la chitarra con note lente e incerte come “fosse un dilettante”. Dopo alcuni minuti, entra la tromba di Miles Davis, su un registro medio, sussurrando la melodia, leggera e fragile, come se stesse trasportando una bolla di sapone, come un sogno che scomparirà appena desti. L’impatto per 4 minuti vasto e profondo: è la conduzione di una meditazione esperta, con poche parole sapientemente dosate per tono e tempi, capaci di risuonare come cerchi d’acqua profondi e continui. Direi che questo brano è la rappresentazione più simile a quello che s’intende per “Mente del Principiante”.

 

 

 

DARK WAS THE NIGHT,
 COLD WAS THE GROUND


BLIND WILLIE JOHNSON, 1927

https://www.youtube.com/watch?v=BNj2BXW852g

 

È un Gospel Blues scritto e interpretato da Blind Willie Johnson. Musicista autodidatta, predicatore, compositore di circa 30 brani, tra cui questo è il più celebre. Senza parole – con il solo uso del suo lamento vocale e della chitarra, suonata slide con un coltello – in 3 minuti e 19 descrive la disperazione sacra e la resa dell’animo umano alla solitudine, al freddo e alla notte. Questo lamento così umano e così reale è stato ispiratore per molti brani a seguire e utilizzato in molti film. La sua universalità ha travalicato i confini del cosmo. Fu infatti inserito, insieme ad altri pezzi musicali, in un disco per grammofono all’interno della sonda spaziale Nasa Voyager 1 nel 1977, per rappresentare “la diversità della vita e della cultura sulla Terra e sono destinati a qualsiasi forma di vita extraterrestre intelligente che possa trovarli”. Una sorta di capsula del tempo. La missione della sonda era quella di esplorare il sistema solare; a 49 anni di distanza è il secondo oggetto artificiale ad aver superato i confini del sistema solare. Si prevede che la missione estesa di Voyager 1 continuerà fino al 2025 circa, quando i suoi generatori non forniranno più energia sufficiente per farla funzionare. Ma Blind Willie Johnson continuerà a vagare nel buio e freddo spazio del cosmo, portando la nostra umana esperienza verso l’infinito e oltre.

 

 

HELP

THE BEATLES, 1965

https://www.youtube.com/watch?v=2Q_ZzBGPdqE

 

Certamente John Lennon, tra le sue qualità di compositore, annoverava un innato istinto per creare inni/mantra universali indimenticabili: All you need is Love, Instant Karma (Power to the People), Give Peace a Chance, All Across the Universe, Imagine. Ma io ho scelto Help, per la sua prorompente innocenza. La si percepisce subito sin dal suo attacco: il grido di Aiuto, il suono ancora così potente e diretto, un beat deciso, quasi scanzonato, come se non fossero passati 56 anni. E poi per quel suo senso di reale sogno di qualcuno come mai ho provato prima”. Chi nella vita non ha mai sentito il bisogno di chiedere Aiuto? Persino Arjuna – mitico eroe che compare nel Mahabharata, uno dei protagonisti di questo importante poema epico indiano – di fronte al dubbio se dovesse realmente combattere i suoi cugini “ne- mici”, nella battaglia di Kurukshetra chiede Aiuto. E viene in suo soccorso Krishna, a spiegargli che quello era il giorno di combattere. Tutti abbiamo bisogno di chiedere Aiuto e di darlo: è necessario, è umano, quindi è sacro.

 

 

SOMEWHERE OVER
THE RAINBOW

JUDY GARLAND, 1938

https://www.youtube.com/watch?v=PSZxmZmBfnU

 

Questo brano ha una storia un po’ paradossale. Il testo e la struttura del brano evocano desideri di varcare un “altrove” (Somewhere) trascendente, lontano dal grigio della nostra realtà. Eppure è diventata un manifesto della tolleranza e della diversità, insomma della realtà come ci appare. Appartiene al celebre film Il Mago di Oz ove la morale classica di una favola per bambini ha un finale assai diverso dal solito. Dorothy/Judy Garland è una bambina rimasta orfana che vive in una modesta fattoria del Kansas insieme a vecchi zii e al cane Toto. Vive giornate grigie e il mondo appare confuso e senza speranza; si domanda se ci sia una strada dietro il sole e oltre le giornate uggiose. Sogna scenari e destini celesti “Somewhere over the rainbow”, ove il suo dolore e mestizia possano avere una soluzione. Quel giorno arriva: un poderoso tornado solleva la casa di Dorothy, con la bambina e il cane, e la trasporta in volo, facendola atterrare nel Regno del grande Mago di Oz. In questo strano luogo, la bambina si affiancherà a tre personaggi, anche loro desiderosi di un cambiamento trascendentale: uno Spaventapasseri, un Uomo di latta e un Leone codardo, che decidono di accompagnarla nella speranza di poter fare an- che loro delle richieste al mago. Un cervello per lo Spaventapasseri, un cuore per l’Uomo di latta
e il coraggio per il Leone codardo. In realtà
il Mago risulterà un millantatore; come di
rà Dorothy “una brava persona e un cattivo
Mago”, che a modo suo riuscirà a esaudire
i desideri, ritornare al reale. Il sogno della canzone che ha rapito generazioni di sogna-
tori rimane una chimera, una tensione verso l’assoluto, evocata già dal salto di un’ottava nell’attacco del ritornello. Portatrice di
una visione del mondo in cui la debolezza 
umana, e qualsiasi condizione esistenziale, non può mai cedere a un giudizio assoluto, sia esso successo o fallimento. Senza generare frustrazione, ma tolleranza e condivisione. Votata come la canzone più bella mai apparsa in un film americano (sono decine di migliaia le cover) è diventata un inno alla diversità, anche nella comunità gay.

 

 

 

PASSACAGLIA IN DO
MINORE BWV 582


J.S. BACH, CIRCA 1706

https://www.youtube.com/watch?v=Ie52xH8V2L4&t=45s

 

Qualcuno scriveva che le composizioni di J. S. Bach assomigliavano a strutture biologiche. Andando a esplorare i dettagli delle strutture dei brani si trovano delle similitudini nella sequenza della composizione di una foglia, o delle parti delle singole cellule di un organismo che, a loro volta, si fondano, si ripetono, in maniera diversa ma armonica tra loro. Sistemi sovrapposti che si scambiano informazioni ed energia in maniera coordinata. Si dice che Bach fosse un esoterico: a quei tempi, esoterismo, scienza e fede marciavano insieme per definire, conoscere e rappresentare il creato, o più semplicemente, diremmo oggi, la realtà. La Passacaglia in Do minore è un’opera d’ingegneria musicale che si apre con un tema di basso per 8 battute, che viene mantenuto ostinatamente dall’inizio alla fine (293 battute). Su questo s’innestano più di 20 temi musicali differenti ma collegati e accordati alla melodia dei pedali del basso. Si dice, e a me piace crederlo, che Bach volesse creare un’analogia della perfezione dell’orologio astronomico nella cattedrale di Strasburgo, “un orologio cosmico”. I pedali del basso sono l’incedere del tempo ineluttabile e immutabile dell’esperienza umana; i vari temi che si dipanano descrivono il continuo mutare della realtà e delle sue forme. Poi ci sono riferimenti, evocazioni al calendario liturgico. E forse molto altro, ma in Bach è sempre presente la finalità di costruire una musica che definisca in maniera definitiva la solidità del Creato. Ci sarebbe da immaginare oggi, se fosse messo al corrente dell’evoluzione della concezione relativa del tempo e dei quanti, se la sua musica non assomiglierebbe più ad un opera di John Cage.

 

 

4’33”

JOHN CAGE, 1952

https://www.youtube.com/watch?v=QT0C3sEMLCM

 

Composta per qualsiasi strumento o combinazione di strumenti: lo spartito indica ai musicisti di NON suonare i loro strumenti per tutta la durata del pezzo, in tre diversi movimenti. Il brano è costituito dai suoni dell’ambiente che si manifestano mentre il brano è eseguito. Sebbene sia comunemente conosciuto come “quattro minuti trentatre secondi di silenzio”, il titolo dell’opera si riferisce alla lunghezza totale in minuti e secondi di una data esibizione. Questa era musica per John Cage. E a differenza delle composizioni progettate per far sparire il mondo esterno, per trascenderlo, ecco una musica che ha aperto il mondo attuale reale, come un loto che sboccia in una fotografia al rallentatore. Ecco la musica che musica non era mai stata considerata – rumore, silenzio – e che fa crollare ogni barriera tra musica e realtà esterna. Tra suoni progettati e organizzati e suoni in sé, tutto era in linea con la visione del mondo Zen di Cage, che enfatizzava il potere dell’esperienza non mediata e la percezione diretta di ciò che Cage chiamava “l’essere” della vita. «Fino alla morte, ci saranno suoni», ha scritto Cage, «e continueranno dopo la mia morte. Non è necessario temere il futuro della musica. Qualsiasi suono può verificarsi in qualsiasi combinazione e in qualsiasi continuità».

 

 

PIECE PEACE

BILL EVANS 1958

https://www.youtube.com/watch?v=Nv2GgV34qIg

 

“C’è un’arte visiva giapponese in cui l’artista è costretto a essere spontaneo. Deve dipingere su una pergamena allungata sottile con un pennello speciale e una vernice ad acqua nera in modo tale che un tratto innaturale o interrotto distruggerà la linea o sfonderà la pergamena. Cancellazioni o modifiche sono impossibili. Questi artisti devono praticare una disciplina particolare, quella di permettere all’idea di esprimersi nella comunicazione con le loro mani in un modo così diretto che la deliberazione non possa interferire”. Sono parole scritte da Bill Evans, uno dei più grandi pianisti della storia del Jazz.

Il brano è costruito su due accordi che si alternano ostinati, su un valzer libero in ¾, quasi fosse una ninna nanna lontana.  Un accordo in particolare (un Sol 9 sus4), da brano una quieta dissonanza. Questi due accordi sono la pergamena allungata cui fa riferimento. E il pennello sottile è la melodia pacifica, che si sviluppa in note discordanti nella seconda metà diventando a forma libera e sottolineando  la sua qualità senza tempo e meditativa. Registrata una volta sola, mai suonata in pubblico, Bill ha sempre rifiutato perché credeva che la composizione avrebbe perso il suo valore e significato in quanto era stata solo un’ispirazione al momento.

Un piccolo pezzetto di pace, ove cancellazioni o modifiche saranno impossibili.

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