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La fonderia Marinelli. Maestri di Campane per tutte le religioni

In Molise, ad Agnone delle Campane, da più di mille anni si tramanda l’arte della fusione dei bronzi sacri

di Valentina Guzzardo

 

Rintocchi ereditariLe campane della religiosità di gran parte del mondo, dal Vaticano ai monasteri tibetani, arrivano dalla fonderia Marinelli di Agnone, non lontano da Isernia. La famiglia si tramanda il mestiere da secoli e le campane nascono ancora seguendo le fasi di lavorazione medievali. Rituali antichi caratterizzano il venire alla luce di ciascuna di esse. Preghiere di benedizione accompagnano la colata di bronzo che dà vita alla campana, perché essa avrà il compito di far risuonare nell’aria un messaggio spirituale di fiducia e fratellanza. Ad Agnone si può ancora partecipare al “travaglio”, gettando nel calderone di fusione piccole gioie personali. Un’usanza che risale a quando i fonditori erano itineranti e che instaura un legame di appartenenza, un’identificazione profonda coi rintocchi che verranno.

 

Melodie del cuore

Il 19 marzo 1995 venne da Marinelli anche Giovanni Paolo II, a cui è intitolato il museo della fonderia che conserva 500 campane, mai rifuse per preservare le storie raccontate dai loro fregi. Il Papa celebrò con la benedizione la colata della Campana della Pace donata all’Onu e ai bambini raccontò: «Ciascuno di noi porta in sé una campana, si chiama cuore e spero suoni sempre belle melodie». Pasquale Marinelli, che con il fratello Armando guida oggi la Fonderia, si commuove. «Vado a rivedere le foto, per essere certo che quel momento è esistito davvero e io l’ho vissuto».

 

Vibrazioni di famiglia

Rintocchi ereditari_fratelli MarinelliÈ una storia in bianco e nero, di avi, alberi genealogici, tradizione ora­le, quella dei Marinelli. Il ramo ha radice in Nicodemo, campanarus del 1300, passando per Tommaso, il primo ad appuntare la pratica in un libro del 1800 che comincia così: «Un fonditore di campane deve essere uomo dabbene, onesto e timorato di Dio, deve avere nozioni di aritmetica, geometria, senza trascurare il tuono (la nota)». Da qui la scala Campanaria e i parametri necessari a ricreare i dodici semitoni delle scale cromatica e diatonica. «Alle sue indicazioni ancora ci affidiamo, non abbiamo computer che ci aiutino a far campane – dice Pasquale. Il libro dell’avo si chiude con la speranza che i fonditori possano diventare stanziali. – Perché all’epoca si doveva andare sul posto, spostare le maestranze, costruire da capo fornace, fossa di colata, forme. Un lavoro di almeno sei mesi, lontano da casa, più i tre che servono per fare una campana. Era un evento collettivo. I paesani, incuriositi e partecipi, contribuivano e i più devoti donavano pochi grammi d’oro (un sacrificio enorme per loro), gettandoli nello staffone di colata. Ci sono racconti toccanti che purtroppo si stanno perdendo perché venivano tramandati dagli anziani. Alcune vedove donavano le fedi dei mariti per aver la gioia di sentire qualcosa di loro nel tocco della campana. A Pompei la nostra famiglia è stata sei anni, per il concerto del Santuario della Madonna. Nel 1924 Papa Ratti venne a saperlo e concesse di innalzare lo Stemma Pontificio». Durante la Seconda Guerra Mondiale la Fonderia si fermò: il bronzo serviva per costruire armi. Fu occupata dalle truppe tedesche, che bruciarono documenti importanti per alimentare le stufe. «È rimasto ben poco, ma non importa, perché quando si fanno campane la teoria ce l’hai dentro, l’hai appresa sul campo».

 

Di padre in figlio: intervista a Pasquale Marinelli

 

Rintocchi ereditari 3Le piace il suo lavoro?

«Come in tutti i lavori bisogna credere in quello che si fa, questo mi hanno tramandato e così io insegno ai miei piccoli. Mio padre è morto quando ero un bambino, con mio fratello siamo cresciuti grazie allo zio Pasquale che ci ha fatto capire l’importanza del bagaglio che portiamo. Per fare questo lavoro bisogna avere un pizzico di passioncella, le risento ancora queste parole che ci diceva».

 

Come si tramanda l’Arte Campanaria?

«Da piccolini si viene in fonderia, si guarda cosa si fa, ci si sporca le mani con l’argilla, si dà fastidio. Nasce tutto per gioco, però man mano ci si appassiona allo stupore del creare da materiali poveri un simbolo così importante. Fino a che diventa la propria vita: la Fonderia è un bosco incantato da cui non esci più. Ho imparato dalle maestranze, abbiamo un dipendente il cui bisnonno già lavorava qui, ma è il fare stesso che istruisce. A cinque anni facevo una fusione, c’era un ferro ardente rossissimo. Incuriosito, l’ho toccato e mi è costato un’ustione di terzo grado. Ho capito l’importanza di fare attenzione. Nonostante si lavori con mattoni e creta, sono movimenti delicati, di precisione. Tirare fuori opere d’arte da un pezzo di cera è un’alchimia. Sai che è andato tutto bene solo al collaudo: si dà un colpo al diapason, lo si poggia sulla superficie trasmettendo per induzione le vibrazioni alla campana e se questa entra in risonanza è in nota, ognuna corrisponde a una tonalità perfettissima».

 

Inizia a educare al mestiere suo figlio?

«Lo guardo da lontano. Anche lui gioca con la creta, si fa dare il martello. Ha quattro anni e se gli domandi cosa vuol fare da grande ti risponde già che vuole fare campane. L’ho portato con me su qualche campanile, bisogna farli innamorare senza insistenze, ma è qualcosa che nasce dentro e pian piano cresce. È importante anche lasciarli fare, perché altrimenti non capiscono. Una volta imparata la tecnica devi applicarla per farla tua. C’è un momento in cui rimani solo con gli insegnamenti di qualcuno e non vuoi assolutamente deluderlo perché è un maestro, non una macchina o un libro. È una persona che ti ha trasmesso con il cuore le cose che sa, e tu devi metterle in pratica con la stessa passione. Non dimentichi l’attimo in cui ti rendi conto che ciò che ti è stato insegnato lo sai fare personalmente».

 

Il ruolo di sua moglie?

«Quello delle donne della stirpe. È contenta, orgogliosa, rincuora: da brava Mamma Campana è solida come il bronzo e risuona dolcemente. In tutt’Europa siamo una dozzina a fare campane, ci conosciamo tutti, ci riuniamo, scambiamo opinioni, è una sana competizione, c’è una tradizione in comune. Noi ora stiamo lavorando per le isole Turks and Caicos, vicine alle Bahamas, e per il Giappone, dove va una campana destinata a un parco dedicato al Sole. Diamo vita a un suono che unisce e va bene ovunque ci sia bisogno di richiamo».

 

Rintocchi ereditari 4C’è ancora partecipazione?

«Ogni volta che portiamo le campane in loco si allarga un confine culturale. I Paesi fanno delle feste per accoglierle. In Congo le hanno decorate con fiocchi meravigliosi prima di issarle. La gente si avvicina, vuole sapere come sono state fatte. Con il nostro lavoro tocchiamo la sensibilità delle persone: ce n’è tantissima nascosta sotto le paure dei nostri tempi. Quando visitano il nostro museo a volte si commuovono, sentono il suono e ricordano. Che cosa? Non so, io non chiedo, ma non sono solo gli anziani a reagire così, è una vibrazione che contatta qualcosa che è in noi, più secolare della storia».

 

Per tutto questo, la Fonderia Marinelli è diventata Patrimonio dell’Unesco.

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