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Sianna Sherman: Yoga & Storytelling

Racconta come una lezione di yoga possa diventare la trama di un racconto di divinità. In cui trovare il proprio ruolo

di Marina Nasi

 

Sianna ShermanHa gli occhi azzurro chiaro che esprimono felicità e la vocina fresca da ragazza Sianna Sherman, insegnante giramondo, espressione di quello star system che, piaccia o meno, è diventato realtà nel mondo dello yoga. Soprattutto in quello americano, dove i nomi famosi (da Sean Corn a Simon Park, a Shiva Rea) vivono in tournée fra uno yoga festival e una convention, fra un continente e un altro. Sianna è una di loro: 46 anni da compiere, immagine solare, carismatica ed esteticamente impeccabile, percorso atipico. In parallelo alla sua formazione di yogini (iniziata a 20 anni, attraverso Iyengar, Ashtanga, Vinyasa, Kundalini e poi 15 anni nella controversa scuola Anusara, da cui si è ufficialmente separata due anni fa), si è impegnata in una serie di studi esoterici iniziati al seguito di una sacerdotessa celtica.

Siamo sedute in un angolo della sa la dove ha appena terminato la sua tregiorni italiana del workshop itinerante Fearless Heart (“Cuore senza paura”). L’energia trasmessa è stata tanta: Sianna ama molto i guerrieri e “giocare” con i suoi ripetuti Virabhadrasana – magari mentre nell’aria risuona la musica hip hop di McYogi – richiede dispendio muscolare e parecchio sudore. Insomma, il “fisico” è un tramite a cui non rinuncia, come al suo amore per la narrazione, i canti, la spiritualità. Cantati gli ultimi OM e scambiati gli abbracci di rito con gli allievi, siede a terra con le snodatissime gambe inguainate in leggings color ciliegia (difficile vederle indosso qualcosa di non colorato e apparentemente pronto per un servizio fotografico), aperte come una ballerina consumata e, anche se muore di fame, mi dedica tutto il tempo che desidero.

 

Yoga Journal: Prima di entrare nel vivo della pratica, le tue lezioni si aprono con un racconto. In che modo l’amore per lo “story telling” si integra al tuo stile di insegnamento?

Sianna Sherman: Mi sono formata come narratrice attraverso tradizioni celtiche, sciamaniche e native americane. Per me le storie sono vive, sono una trasmissione dell’insegnamento. Quando si racconta una storia, questa attraversa il modello lineare del ragionamento, perché non ha sempre un senso razionale, ma l’ascolto ti sommerge. E quando una storia è buona, si diventa ogni suo personaggio, imparando parti di sé: sei l’eroe, ma sei anche il demone. E tutto questo lavora dentro di te. In alcune delle mie lezioni, che ho chiamato “Mythic yoga flow”, comincio con una storia di yoga (può parlare di divinità, di saggi, della storia di un particolare asana), poi introduco un mantra e un mudra che si collegano a questa storia, poi li collego agli asana e al lavoro sul respiro, in genere con la musica, e alla fine c’è la meditazione. Tutto questo in modo che gli studenti diventino la storia, attraverso la pratica.

 

Sianna Sherman 1Un altro aspetto impor tante delle tue lezioni è lila, il gioco.

Insegno da una prospettiva tantrica, secondo cui l’intero universo esiste per un gioco divino, inclusi i momenti più seri, intensi, profondi. Quindi alterno momenti in cui chiedo disciplina e concentrazione ad altri in cui si possa ridere ed esprimersi, come gli esercizi a coppie. A volte servono silenzio, fatica, respiro e piena attenzione. Altre, bisogna uscire dalla propria “confort zone”, scuotersi e provare qualcosa di nuovo per non essere troppo rigidi e dogmatici. E sia la parte di duro lavoro sia quella di leggerezza servono a liberare e fare brillare il nostro io creativo.

 

Questo modo di vivere lo yoga si integra anche alla tua storia spirituale, iniziata al seguito di una sacerdotessa celtica…

Quando ero ancora agli inizi dei miei studi di pratica e meditazione, andai in pellegrinaggio in India e al ritorno mi imbattei in una donna irlandese che era stata formata come sacerdotessa celtica. Mi chiese di essere la sua apprendista e così feci, per quattro anni. Ho imparato l’uso curativo delle piante e ad avere una connessione profonda, spirituale, con la terra. Mi ha insegnato rituali e cerimonie per i cicli e le transizioni della vita. Ho imparato anche che abbiamo tutti delle guide, alleati spirituali nel mondo invisibile: possono essere piante, animali, guardiani. E quello che fa una sacerdotessa è lavorarci insieme, portando benessere. E per me è così anche lo yoga: un ponte fra mondo visibile e invisibile. Anche nella tradizione yogica esiste una rete di sostegno fra insegnanti: sia fisica, sia attraverso i maestri che hanno vissuto in questo pianeta ma ora fisicamente non ci sono più. C’è un lignaggio di trasmissioni: ecco di nuovo il discorso delle guide e dei guardiani. Ai miei, prima di iniziare una lezione, chiedo di proteggere lo spazio e aiutarmi a essere un buon canale.

 

Sei sposata da un paio d’anni (con uno psicologo transpersonale): in che modo lo yoga influenza il modo in cui vivi l’amore e l’eros?

Considero il sesso l’energia più sacra, lo scambio più intimo, l’incarnazione più profonda dell’amore fra un dio e una dea, anche tra amanti dello stesso sesso. È l’integrazione di questa dualità e per me è una delle più belle, significative, sacrali espressioni dell’essere vivi. Lo yoga mi ha aiutato a vedere lo spirituale e l’erotico insieme: l’eros non è più “basso”, “minore”, “peccaminoso” in alcun senso. Siamo esseri sessuali, sensuali, erotici. E il sesso sacro è un modo per onorare la piena liberazione spirituale e il nostro essere terreni ed erotici.

 

Negli ultimi anni il mondo del lo yoga si è riempito di personalità famose che hanno quasi assunto uno status di star, celebrati, amplificati dai social network. Troppo ego?

Oggi lo yoga è fra le altre cose un business multimiliardario. Ma questo è anche un eccezionale abbraccio globale. Più un insegnante diventa famoso, più aumenta la sua responsabilità di rimanere un veicolo massimamente limpido. Perché è facile montarsi la testa, quindi è essenziale che un insegnante resti centrato, radicato nella sua pratica, e che abbia lo stesso impegno davanti a un solo studente o a una sala gremita. Io cerco di ricordarmi e ricordare che siamo qui per servire, per essere e creare comunità in modo da amplificare, non diminuire, il potere altrui. Perché una delle precarietà della fama e dell’essere “rock star” è quando arriva la competizione e non vuoi che gli altri siano più forti di te… è umano, quindi capita anche di cadere, di sbagliare, per poi risollevarsi.

 

Sianna Sherman 2E come mantieni la centratura viaggiando e incontrando di continuo gente nuova?

Medito, pratico, canto mantra in ogni momento: anche mentre sono in coda per il check in. E cerco di praticare sempre la gentilezza. E di respirare. Quando mi alzo al mattino, ovunque sia, medito. Non vedo l’ora di farlo.

 

Ti capita sempre? Non ci sono giorni in cui è più difficile, in cui devi importelo?

È così bello. E quando ti siedi e mediti, vengono fuori anche cose difficili: devi essere pronto a confrontarti con te stesso. Vedi modelli della tua mente che si ripetono, vedi cose che non ti piacciono tanto. La pratica è un invito a trovare la tua grandezza. E se la vedi così, non richiede troppo sforzo. Però ovviamente ci sono modi per allenarsi alla disciplina. Per esempio, ai miei studenti do una routine da ripetere per 40 giorni. E a quel punto la pratica inizia a parlare: si notano cambiamenti, ci si rende conto che siamo stati più gentili con chi amiamo, più efficienti, più rilassati… E viene voglia di continuare. La pratica deve essere un invito, perché se invece è un’imposizione produce la voglia di ribellarsi. Come insegnanti, abbiamo il ruolo di spiegare i benefici dello yoga, comprendendo perché qualcuno si è rivolto a noi e in che modo la pratica può aiutarne il corpo o lo spirito.

 

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