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Tara Judelle: l’aspetto fluido dell’Anusara Yoga

L'insegnante che ti conduce a praticare nel tuo ritmo

di Marina Nasi

 

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Lo stile di Tara Judelle ha una qualità fluida. Non solo mentre insegna, ma a partire d al momento in cui entra in sala e inizia a parlare, e gesticolare. Gesti morbidissimi e aggraziati che si contrappongono a uno sguardo acuto e vivace, tutt ‘altro che sognante come potrebbe apparire a un osservatore distratto, forse distratto proprio da quel suo stile così dolce e accattivante. Del resto anche la sua carriera è fatta di contrasti: per 15 anni ha insegnato i ntensamente A nusara (lo stile fondato da John Friend negli anni ‘90 e ora sganciatosi d al suo ideatore), prima di trasferirsi a Bali e i niziare a sviluppare il proprio metodo, ma prima ancora è stata sceneg giatrice e reg ista a Hollywood, dopo avere studiato letteratura inglese e regia teatrale. Nel 2 000 ha anche diretto una commedia non proprio celeberrima, “Manfast”, storia di quattro single a Los Angeles che si i mpongono un’astinenza di 100 giorni dagli uomini. E a vedere i trailer, fra piscine, vestitini e mondanità, si fatica a trovare analogie con le serene immagini di asana, cielo, acqua e dune che ora popolano il suo sito web.
Da almeno tre anni quest a eclettica insegnante viaggia portando le sue lezioni fra l’Asia, l’Australia, Los Angeles (dove registra i suoi video per Yogaglo), l’isola greca di Pa ros e qua lche a ltra ra ra destinazione europea . Tra queste Bologna , dove ha portato i l suo nuovo stile, ribattezzato Embodied f low™ con ta nto di ma rchio registrato, in un densissimo workshop di due giorni. Qui l’abbiamo incontrata, e ov viamente abbiamo praticato con lei.
Lezione interessante, liquida, ipnotica, che inizia con una lunga i ntroduzione e una camminata nello spazio della sa la (che ricorda i workshop di recitazione e improv visazione teatra le), e che è stata caratterizzata da una s erie d i s equenze da ripetere con un gentile sottofondo musicale, ciascuno secondo il suo ritmo, mentre la sala diventava sempre più calda e i corpi sempre più indipendenti e morbidi.

 

YOGA JOURNAL: La tua pratica non ha fratture, sembra fatta di sole linee curve, senza spigoli. Ma non per questo è una passeggiata. Dove trovi l’equilibrio fra forza e morbidezza?
Tara Judelle: Credo che siamo tutti molto più forti di quel che crediamo. L’idea che molti hanno della forza è legata ai muscoli. Però un bebè, privo di muscoli, è forte: la sua forza viene dall’interno, dagli organi, dal sangue, dai fluidi, dal respiro, dal prana. Io cerco di far trovare la forza che ciascuno ha, di già, dentro di sé. Quando viene il pensiero «Sono stanca, dovrei fermarmi», a quel punto si percepisce più la fatica. Ma quando quel pensiero lo lasciamo andare scopriamo di avere una riserva che è al di là di noi. La stessa forza che fa crescere un albero.

 

Ma questo come si relaziona con i concetti di ascoltare il proprio corpo, rispettandone i segnali, e trattarlo con gentilezza?
Bisogna essere così sofisticati da imparare ad ascoltarsi in modo autentico. Se sei davvero stanco, fermati, non c’è altro da fare. Io voglio che la gente ascolti il proprio corpo e onoro il fatto che ci si fermi quando si è stanchi. Ho anche avuto una studentessa non più giovane, insegnante a sua volta, che per una malattia congenita è sulla sedia a rotelle, e che praticava facendo ciò che poteva: ci sono moltissimi modi di praticare yoga, non mi interessa né spingere né forzare. Va bene fermarsi quando ci si deve fermare, ma si deve anche riconoscere quando questo accade per abitudine, per un’idea mentale. Comunque ho dovuto insegnare anche a me stessa come rinnovare l’energia: ho appena finito di insegnare a un teacher training di oltre un mese, il che vuol dire 6 set timane di me che insegno 12 oreal giorno, e ho dovuto trovare il modo di usare la mia energia, muovere un passo dietro l’altro. Quello che stanca davvero è l’idea di «Devo fare questo, la piccola io». Il “piccolo sé” si sente impotente, ma il “sé infinito” ha infinito potere, infinito sapere e una infinita riserva.

 

Le sequenze che fai ripetere più e più volte, ognuno con il proprio ritmo, sembrano avere una qualità ipnotica, quasi una trance.
La mia strategia è portare la gente a una sorta di meditazione nel movimento. I miei strumenti sono le parole, la musica, la concentrazione su alcuni concetti, e da lì costruire una sequenza che idealmente, nella ripetizione, sospenda il pensiero. E se questo porta a uno stato di trance, se con trance intendiamo arrivare al centro del proprio essere, allora va bene.

 

Molto diverso dall’Anusara, da cui anche tu provieni, in cui ogni asana è curato nei minimi dettagli, si dà importanza alla costruzione e precisione, nonché all’allineamento. Ma non è facile fluire nel tuo movimento senza rinunciare a un po’ di precisione.
Ora, come insegnante, sono nella fase in cui mi interessa fare un passo in avanti nella conversazione. Anusara per me significa “nel flusso”, e la mia personale esperienza è che, una volta che ho accumulato tut ta quella tecnica, vogliodomandarmi «Quando si balla?». Non credo che la mia conversazione con l’Anusara sia terminata (l’ho insegnato per 15 anni, quel sistema lo trovo ancora bello), ma con il mio Embodied flow™ parto da tutto quel background per spostarmi in un nuovo contesto. Sto sperimentando: molti credono che debba esserci una progressione sistematica, lineare, prima di arrivare a questo punto. Ma non sono sicura che sia vero, né sono certa che ai neofiti si debba iniziare spiegando, in modo lineare, come si fanno le cose. Mi interessa vedere come ci si muove quando ci si af fida allapropria intelligenza, perché credo che in quanto umani siamo più intelligenti di quanto alcuni sistemi concedano.

 

Quindi se andare con il flow significa sacrificare la precisione dell’asana e la voglia di farlo “alla perfezione”, va bene lo stesso?
Più che pensare agli allineamenti perfetti, ricordiamo che ogni corpo è dif ferente (e alcune istruzioni di allineamento possono non adattarsi a un certo corpo) e che c’è chi può avere un modo di muoversi diverso, ma che per lui o lei funziona alla perfezione. È semplicistico pensare che un singolo allineamento funzioni per tutti.

 

Tu hai un passato di studi letterari, sceneggiatura e regia, oltre a un forte senso dell’umorismo: come inserisci tutto questo nel tuo stile di insegnamento? 
Tutti noi facilitatori, una volta entrati in una stanza, sentiamo che tipo di energia c’è. Il mio background mi aiuta a portare armonia, al di là di rigidità, preconcetti e pensieri di chi ho davanti. Le parole sono il nostro modo di dare forma alla realtà. Fin da giovane ne sono stata ossessionata, sognando di diventare una scrittrice. Scriverò ancora, ma adesso mi sto prendendo una grossa pausa, anche se mi interessa ancora molto la qualità vibrazionale delle parole nel modellare lo spazio; se sono sempre alla ricerca di parole migliori, più chiare, più precise, in grado di toccare corde nelle persone. E poi c’è lo humour, che uso per aiutare a non prendere tutto troppo sul serio: nella mia mente c’è l’immagine di un Buddha che ride. La vita ha una sua giocosità, quando abbiamo deciso che dovesse essere tutto cosìserio? Se penso alla nostra natura, penso ai cuccioli di cane: non ce n’è uno che nasca con l’aria seria. E così i bambini… per me lo yoga è tornare alla nostra natura, che credo sia giocosa. Viaggio molto, e vedo che quello che unisce, anche al di là delle diverse culture, è la risata. Quindi cerco di creare contatto tra le persone con le risate.

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