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THICH NHAT HANH -3 RICORDI

N

I

 

1 Amare è essere presenti

Hai sempre un appuntamento con la tua vita nel presente.[…] Possiamo essere felici semplicemente essendo consapevoli di ciò che abbiamo davanti agli occhi.

 

Coltivare il momento presente è un atto di riconoscimento di ciò che c’è ora, è qualcosa di molto diverso dalla corsa in avanti cui siamo abituati. Perché le sollecitazioni del quotidiano contribuiscono a distrarci da questa presenza così nutriente per noi stessi
e la nostra famiglia. Prendersi il tempo è donare la propria presenza: guardare, osservare, riconoscere.

Non basta essere fisicamente presenti; serve essere in contatto con l’altro con una attenzione piena, intera, serena, disinteressata e aperta. Il corpo e lo spirito sono uniti nel momento presente, allora posso dire che mi apro alla realtà. L’attaccamento al passato e al futuro formano veli, una nebbia che isola dalla vita con la V maiuscola. Questo è ciò che il Buddhismo chiama la realtà dietro le illusioni.

2. Abbracciare il proprio dolore interiore permette di liberarsene

Dal momento in cui posso accettare pienamente la mia ferita e sono pronto a sentirla, essa non potrà più colpirmi. Sentirò di essere perfettamente in grado di domare la mia sofferenza e di conviverci, perché il suo sforzo è benefico e, come il melone amaro, può persino guarirmi. Lasciamo dunque che la sofferenza sia dentro di noi. Accettiamola totalmente, sentiamoci pronti a soffrire un po’ per apprendere cosa può insegnarci.

 

La tenerezza verso se stessi è la porta verso la trasformazione interiore delle nostre vecchie tendenze e dei nostri vecchi difetti. Senza gentilezza, ci facciamo violenza, ci auto-infliggiamo parole critiche, aspre, che provocano sensi di colpa, in definitiva distruttive. La benevolenza toglie gli ostacoli: permette di annientare la fierezza, l’orgoglio, la vanità. La sensazione di essere diversi, unici, il paragone, sono atteggiamenti incoraggiati dalla società individualista. Con il risultato di tagliarci fuori da noi stessi e isolarci dagli altri.
I ricordi non digeriti, la paura, l’ansia del tradimento, l’esclusione, le ferite dell’infanzia: tutta questa parte d’ombra che avevamo preferito scartare perché non avevamo le risorse per trasformarla… questa sofferenza ha molto da dire e da raccontarci.

 

3. Coltivare i semi della compassione

L’ascolto ha un solo obiettivo: permettere all’altro di svuotare il cuore.
Se pratichi in questo modo, la compassione ci sarà sempre.

Senza vero ascolto, non c’è amore, non c’è compassione.
Ascoltare gli altri, le loro storie, le loro paure, le loro gioie, le loro esperienze non è solo una fonte inesauribile di insegnamento.

 

Abbiamo bisogno di esprimerci tanto quanto di essere ascoltati, abbiamo bisogno di sentirci apprezzati così come siamo. Il vero ascolto è un’arte. Richiede una presenza totale all’altro, quasi un’affinità. Senza ascolto, la comprensione non è possibile. Comprendere è identificarsi.

 

Thich Nhat Hanh non ha mai smesso di insistere – per tutta la vita, dalla guerra in Vietnam agli attentati dell’11 settembre 2001 – sulla necessità di capire i propri avversari. Secoli di conflitti ci hanno portato reazioni, paure, sofferenza, comportamenti eccessivi, valorizzazione dell’ego e del dominio. Queste abitudini, ahimè profondamente radicate, giocano contro l’avvento di un mondo più pacifico. Nel privato, ereditiamo paure, mancanze, condizionamenti mentali dai nostri antenati. Essere in pace, piuttosto che fare la pace, è un atto di guarigione.

 

Realizzare una cultura di pace richiede uno sforzo che inizia con noi stessi. L’insegnamento di Thich Nhat Hanh si propone di disinnescare e guarire questi schemi. Abbiamo la scelta tra la reazione condizionata dalla nostra programmazione passata e la vera azione, che è creativa, benevola e libera. Forse crediamo che la nostra trasformazione non possa cambiare la faccia del mondo, eppure è la somma di questi cambiamenti che permetterà un giorno che le nostre società considerino seriamente di fare la pace con se stesse.

 

 

 

 

 

 

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