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Yoga allo specchio

Ashtanga e Hatha: due stili della stessa medaglia. Lo raccontiamo con un testimonial d’eccezione: Sharat Jois

di Cristina Rapisarda Sassoon / illustrazione di Luca Gelosa

 

Yoga_allo_specchioPer chi entra nel mondo dello yoga, è naturale farsi un sacco di domande e non solo all’inizio del percorso. Tanto per cominciare non è facile districarsi tra le varie scuole e i diversi metodi oggi disponibili. Per esempio, sempre restando nel solco della tradizione, che differenza c’è tra Ashtanga e Hatha Yoga? Ha risposto in modo chiaro e preciso Sharat Jois, durante la tappa milanese del suo recente tour europeo: «Nessuna differenza. L’Ashtanga è Hatha Yoga sostenuto dalla struttura del Vinyasa». Chi meglio di Sharat, nipote ed erede indiscusso di Patthabi Jois, il fondatore dell’Ashtanga Yoga, poteva sciogliere il busillis. Ecco uno spunto per cercare di capire qualcosa. Prima di tutto, cosa vuol dire Vinyasa? Di questa parola si danno normalmente due definizioni: “collegamento tra movimento del corpo e respiro”, oppure “sequenza specifica di movimenti sincronizzati al respiro utilizzata nella transizione tra le diverse posture (asana)”. Durante la pratica, la tecnica Vinyasa genera così un flusso che consente una particolare concentrazione esprimendo, su un piano più astratto, il senso dell’impermanenza, del “tutto scorre”. Ecco dunque l’unica differenza indicata da Sharat Jois: «l’Ashtanga si pratica con il Vinyasa, mentre non è così, di regola, per l’Hatha Yoga».

 

Posizioni

In effetti, per tutto il resto, i punti di contatto sono più che evidenti. Iniziamo dagli asana. È certo che le posture dell’Ashtanga sono le stesse tramandate dai testi classici dell’Hatha Yoga, cambia un po’ la nomenclatura, ma poco importa per il praticante. Un’osservazione a parte merita il Saluto al Sole (Surya Namaskar) che la prima serie dell’Ashtanga sviluppa in modo creativo rispetto alla sequenza classica dell’Hatha Yoga. Ma anche qui come non vedere i punti di contatto? Nella consapevolezza del fatto che la sequenza del Saluto al Sole varia anche nelle diverse scuole di Hatha Yoga. Si potrebbe obiettare che l’Ashtanga prevede sequenze fisse, mentre l’Hatha Yoga lascia libera la successione degli asana. Non necessariamente. Swami Sivananda, maestro di tutte le scuole di Hatha Yoga, ha introdotto una sequenza fissa, fatta di 12 posture e preceduta da alcune pratiche di espansione e controllo del respiro (pranayama). André Van Lysebeth, suo allievo, nei suoi libri l’ha definita “la serie di Rishikesh”, non a caso dato che il primo Ashram di Sivananda si trovava proprio lì.

André Van Lysebeth è stato un grande sostenitore della sequenza fissa, perché attraverso la ripetizione costante della sequenza «l’organismo, abituandosi, si fortifica e reagisce sempre meglio» (da “Imparo lo Yoga”, Ed. Mursia). E aveva scelto la sequenza di Sivananda perché alla portata di tutti e, quindi, capace di adattarsi anche allo stile di vita occidentale. D’altra parte, è bene ricordare che è stato proprio André Van Lysebeth a introdurre Pattabhi Jois al pubblico europeo. Infatti, nel 1964 ha frequentato per due mesi la scuola di Ashtanga di Pattabhi Jois a Mysore. Al suo ritorno in Europa, ha pubblicato uno dei suoi best-seller: “Pranayama. La dinamica del respiro”, illustrato da immagini di Pattabhi Jois che imposta la cintura addominale dei suoi allievi nelle pratiche di pranayama.

 

Soffio vitale

Eccoci al respiro, protagonista di qualsiasi stile yoga e della vita stessa. Nell’Ashtanga si pratica solo la respirazione con la contrazione della glottide (Ujjayi, il respiro del vittorioso), mentre l’Hatha Yoga propone svariate tecniche di respirazione. La vera differenza, però, è nella struttura del movimento integrato al respiro che sostiene l’Ashtanga, come ha chiarito Sharat Jois. In questa pratica, la sequenza di posture è infatti solo il contenuto visibile. Ancora più importante è il suo contenuto invisibile, fatto di tre tecniche fondamentali: la respirazione Ujjayi e le due chiusure della parte bassa dell’addome e dei muscoli pelvici (Uddiyana e Mula Bandha), che legano le posture tra loro in una serie senza soluzione di continuità, un vero e proprio mala (il rosario buddhista). Attraverso il movimento nel respiro, appunto il Vinyasa, il corpo diventa la melodia spirituale, le posture i grani e le tre tecniche il filo che regge i grani nella composizione di una collana perfetta.

Si genera così una meditazione in movimento, in cui la transizione da una postura all’altra ha la stessa importanza della postura stessa. Nel Vinyasa, a ogni movimento corrisponde un respiro. Questa sincronicità riscalda, “fa bollire” il sangue (come diceva Patthabi Jois), fluidificandolo, rendendo efficiente il sistema circolatorio e avviando un processo di eliminazione delle impurità dal corpo. Chi pensa che l’Ashtanga sia mero esercizio fisico, non vede la struttura che la sostiene e che la rende una pratica interiorizzante e meditativa alla stessa stregua dell’Hatha Yoga, dove invece si privilegia rimanere in postura lungamente, in modo stabile e confortevole.

D’altra parte, chi pensa che lo “stare” in postura dell’Hatha Yoga sia letargico, un filo depressivo, faccia una prova, ne uscirà forte e tonificato, a volte anche esausto ma felice, come nell’Ashtanga. Quindi, la raccomandazione che Patthabi Jois avrebbe trovato nell’antico manoscritto all’origine dell’Ashtanga (“Yoga Kurunta”): «O yogi, non praticare asana senza Vinyasa» ha un grande fondamento proprio nella pratica. A condizione che le posture in sequenza vengano “ripulite” da una consapevolezza piena della loro struttura, attraverso una pratica sapiente di Hatha Yoga.

 

Sguardo fermo

Riguardo la concentrazione, anche in questo caso l’Ashtanga, con la tecnica dello sguardo verso un preciso punto di osservazione (drishti), mostra la sua coerenza con la tradizione dell’Hatha Yoga. Attraverso la respirazione Ujjayi, l’Ashtanga già induce a ritrarre il senso dell’udito dai suoni esterni verso il suono del respiro, inoltre con la posizione dello sguardo viene limitato il campo visivo a un punto specifico (il naso, l’ombelico, gli alluci, etc.), ottenendo un duplice effetto di ritrazione della vista e di concentrazione. Proprio come il Tratak dell’Hatha Yoga, pratica di concentrazione dello sguardo su un punto o un oggetto (ottima, a questo scopo, la fiamma di una candela). Ecco perché Patthabi Jois ha scelto il nome di Ashtanga per questa pratica. Ashtanga, infatti, sono gli otto rami dello yoga descritti da Patañjali negli “Yoga Sutra”: una solida etica sociale e individuale, l’esercizio fisico, una respirazione adeguata, il governo dei sensi, la concentrazione, la meditazione fino alla completa illuminazione. L’Ashtanga di Patthabi Jois, se correttamente praticato, nella sincronicità della sua parte visibile e invisibile, porta il praticante attraverso i diversi gradini di Patañjali, regalando un biglietto di prima fila per lo spettacolo dell’unione appagante del Sé individuale con il Sé universale.

 

Total relax

Ultimo punto, il rilassamento. Nell’Hatha Yoga, Savasana (Posizione del Cadavere) è protagonista, accompagnando la pratica all’inizio e alla fine, con varie esecuzioni intermedie. Nell’Ashtanga, invece, è concepita una sola esecuzione finale. Ma bisogna considerare che una corretta pratica di Ashtanga, senza affanno, con la piena sincronicità tra movimento e respiro, va alla continua ricerca del rilassamento e delle pause. Ed è proprio così, anche durante i salti tra le diverse posture, che si può osservare lo sviluppo della pratica: quel giusto controllo che genera straordinari benefici per il corpo e per la mente. Per sfatare i luoghi comuni possiamo dire che non esistono depressi o adrenalinici sul percorso di una corretta pratica yogica: il rilassamento è parte integrante di questa disciplina in tutte le sue possibili declinazioni ed è ciò che la distingue dal puro esercizio fisico. Un invito quindi ai praticanti di Ashtanga ad esplorare il magnifico terreno “madre” dell’Hatha Yoga e ai praticanti di Hatha Yoga a sperimentare l’universo di calore ed energia dell’Ashtanga. Per tenere viva e sviluppare una vera apertura mentale, quella che ha indotto Krishnamacharya a insegnare lo yoga ai non brahmini e Pattabhi Jois, suo allievo, a insegnare, per primo, lo yoga alle donne.

 

L’erede di Patthabi Jois

JoisSharat Jois è oggi alla guida dell’Ashtanga Yoga Institute di Mysore come erede indiscusso di Pattabhi Jois, fondatore dell’Ashtanga Yoga. La storia di Sharat è indissolubilmente legata a quella del leggendario nonno Patthabi, che ispira le scelte del nipote fin da bambino. Sharat nasce nel 1971, proprio negli anni in cui l’Asthanga Yoga di Patthabi Jois comincia a raggiungere e a coinvolgere un pubblico allargato anche in Occidente. Jois, allievo di Krishnamacha-rya, uno dei più autorevoli yogi del ventesimo secolo, aveva creato l’Ashtanga Yoga Research Institute nel lontano 1948, ma allora gli era bastata come sede la sua casa di due stanze a Lakshmipuram. Nel 1964 si era permesso un piccolo ampliamento della scuola per aprire le classi fino a 12 studenti.

Quell’anno segnerà comunque la svolta. Avrà infatti come allievo André Van Lysebeth, che inizierà a trasferire i suoi insegnamenti in Europa.  Ma il vero boom dell’Ashtanga Yoga nel mondo occidentale comincia nei primi anni Settanta, quando sarà lo stesso Patthabi Jois a far conoscere il suo metodo fuori dall’India con numerosi viaggi in tutto il mondo, soprattutto negli Usa. Sharat ha iniziato a praticare yoga a sette anni. Dopo aver concluso la sua educazione scolastica, a 19 anni si è dedicato completamente alla formazione yogica sotto la guida e a fianco del nonno Patthabi, che solo nel 2002 ha inaugurato la nuova scuola per dare spazio agli ormai numerosissimi allievi provenienti da ogni parte del mondo. Sharat ne ha assunto la guida dal 2009, quando il nonno Jois ha lasciato il corpo fisico all’età di 93 anni. 

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